L’assistenza farmaceutica ridisegnata dalla pandemia: quale futuro per le cure primarie?

La pandemia ha forzosamente ridisegnato l’identità dell’assistenza farmaceutica dedicata i cittadini. Se prima l’assistenza sanitaria si muoveva quasi esclusivamente sull’asse medico di base-ospedale, senza prevedere step intermedi, le nuove necessità organizzative e logistiche imposte dall’emergenza hanno costretto a ripensare in modo più efficiente il concetto di cura. La direzione intrapresa è quella di scaricare gli ospedali dalla forte incombenza rappresentata da tutti quei pazienti che soffrono di una patologia cronica, in favore di un sistema di assistenza più integrato e vicino al cittadino. Di questo e del futuro delle cure primarie e dell’assistenza farmaceutica rimodellate dall’emergenza sanitaria hanno parlato Vito Gregorio Colacicco, direttore sanitario dell’ASL di Taranto, Paola Deambrosis, della direzione farmaceutico protesica dispositivi medici della Regione Veneto e Arturo Cavaliere, direttore area del farmaco dell’ASL Viterbo e Presidente della Società Italiana dei Farmacisti Ospedalieri in un webinar pubblico che precede il XLII Congresso della Sifo, previsto per il prossimo ottobre a Roma.

Un nuovo modello per gestire le cronicità

Su una popolazione residente in Italia di quasi 51 milioni di persone con più di 18 anni di età, si può stimare che oltre 14 milioni di persone convivano con una patologia cronica, e di questi 8,4 milioni siano ultrasessantacinquenni.

Secondo l’Osservatorio Nazionale Sulla Salute nelle Regioni Italiane la cronicità non colpisce tutti allo stesso modo, marcando le diseguaglianze di genere, estrazione sociale e culturale e territoriale. Ciò che però non cambia è l’effetto sulla spesa sanitaria del Bel Paese, che si trova in costante aumento sotto questa voce di spesa che nel 2019 (quindi in epoca precovid) ha sfiorato i 67 miliardi di euro. Se è vero che l’elevata cronicità è un tratto distintivo dei Paesi a sviluppo economico avanzato ed è allo stesso tempo vero che rappresenta una sfida per i sistemi sanitari e la loro sostenibilità. Il tema era dunque da affrontare al più presto. La pandemia ha avuto l’effetto di accelerarne l’elaborazione spingendo i nosocomi a esternalizzare il più possibile le cure da prestare ai quei pazienti fragili la cui salute sarebbe stata enormemente più a rischio se fossero entrati in contatto con un ambiente esposto ad un virus ad alto contagio come il coronavirus.

L’elevata cronicità è un tratto distintivo dei Paesi a sviluppo economico avanzato e rappresenta una sfida per i sistemi sanitari

Implementare l’assistenza domiciliare ha avuto quindi il doppio vantaggio di non esporre i pazienti e il personale sanitario ad inutili pericoli di contagio diminuendo i costi di cura.

Il 90% delle persone che entrano in ospedale, infatti, non vi accede per essere ricoverato per patologie acute ma per delle prestazioni che potrebbero essere erogate sul territorio negli ambulatori specialistici. In determinate situazioni di fragilità l’ospedale è l’ultimo posto da visitare. Sia per curarsi che per evitare di ammalarsi.

Restano naturalmente imprescindibili le visite in ospedale quando il paziente necessita di un esame per cui serve un sofisticato e costoso macchinario come la tac o la risonanza magnetica. Ecografie ed elettrocardiogrammi invece possono tranquillamente essere eseguiti da remoto e trasmessi via rete all’ospedale che ha in cura il paziente. La stessa cosa vale per i servizi di telemedicina, comodi per gli anziani che possono restare al proprio domicilio per essere monitorati, utili per i clinici che liberano slot da dedicare a patologie acute.

Telemedicina e strutture di prossimità

Il futuro delle cure primarie dovrà essere basato sempre di più su team multiprofessionali composti da medici, infermieri, farmacisti e operatori sanitari della comunità, dotati di tecnologia digitale e perfettamente integrati con servizi di assistenza specializzati e che secondo l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico potrebbe evitare che in Italia 1 ricovero su 5 in Pronto soccorso sia inappropriato.
Secondo questa logica il nuovo Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), nella missione salute, ha ridefinito un modello di assistenza che si baserà sempre di più sulla telemedicina e, laddove non è possibile monitorare da remoto, sulle case di comunità e le strutture di prossimità. Si tratterà di nuclei di cura a bassa intensità a cui anziani, fragili e cronici potranno riferirsi per la riabilitazione o per tutti quegli interventi che riguardano una patologia cronica che non può essere curata completamente ma solo trattata con costanza per aumentare l’aspettativa di vita. D’altro canto, l’ospedale diventerà sempre di più il luogo in cui viene ricoverato chi ha una patologia acuta e deve essere trattato in tempi brevi o brevissimi, come nel caso di chi necessita di interventi d’emergenza e si rivolge al pronto soccorso.

Il futuro delle cure primarie dovrà essere basato sempre di più su team multiprofessionali

Questo significa che tutto ricadrà sulle spalle del medico di famiglia? No, ci saranno nuove figure terapeutiche che affiancheranno il medico di base laddove la sua azione diagnostica non può arrivare e c’è bisogno di fare ulteriori accertamenti specialistici.

L’infermiere di famiglia per le cure primarie

Fra le altre importanti novità introdotte di recente c’è l’infermiere di famiglia. Un professionista che affiancherà il medico di base nella gestione dei pazienti più fragili, sollevando il clinico e il personale ospedaliero da ulteriori incombenze. Il decreto Rilancio ha in realtà codificato una professione che di fatto esisteva già in alcune Regioni ma le cui potenzialità restavano spesso inespresse per mancanza di operatività organizzativa. L’infermiere di famiglia o di comunità verrà assegnato su base territoriale e dovrà essercene almeno uno ogni 50 mila abitanti. Il suo ruolo è quello di promuovere salute, prevenzione e gestire i processi di salute individuali, familiari e della comunità all’interno del sistema delle cure primarie.

Deve avere anche ruolo proattivo di prevenzione ed educazione sanitaria

Non si tratta di un assistente di studio del medico di medicina generale, ma insieme a lui e ad altre figure professionali (come gli assistenti sociali) opera in forma integrata prendendosi in carico in modo autonomo della famiglia, la collettività e del singolo, avendo anche un ruolo proattivo nel promuovere la salute attraverso la prevenzione, l’educazione sanitaria e l’educazione ai corretti stili di vita.

Dove è già attivo (in Friuli Venezia Giulia ad esempio lo è dal 2004) ha ridotto i codici bianchi di circa il 20% e i ricoveri e il tasso di ospedalizzazione del 10% rispetto a dove è presente la normale assistenza domiciliare integrata. Inoltre, la sua presenza ha fatto registrare anche la riduzione dei tempi di percorrenza sul totale delle ore di attività assistenziale, passata dal 33% al 20% in tre anni, con un importante recupero del tempo assistenziale da dedicare ad attività ad alta integrazione sociosanitaria.

L’esperienza interna alle Asl e la “rivalsa” dei farmacisti ospedalieri

Oltre ad aver indicato la strada per la risoluzione di nuovi e vecchi bisogni del sistema sanitario nazionale, la pandemia ha rappresentato un momento di “rivalsa” per la professione del farmacista clinico. La gestione dei vaccini ha ad esempio rappresentato un eccezionale banco di prova per una categoria professionale che si rivela sempre più cruciale negli ospedali e sul territorio. Farmaci sempre più innovativi necessitano di una gestione particolarmente mirata e oculata. I dosaggi e la loro determinazione nella clinica ospedaliera e farmaceutica fanno riferimento anche ad analisi genomiche. Allo stesso tempo, nelle Asl, i dipartimenti delle politiche del farmaco presidiate da farmacisti ospedalieri hanno svolto e stanno svolgendo un ruolo cruciale nella distribuzione dei vaccini e nella loro corretta conservazione e applicazione durante la campagna vaccinale ancora in corso.

Vito Gregorio Colacicco, direttore sanitario dell’Asl territoriale di Taranto, che conta un bacino d’utenza di circa 70 mila abitanti e 7 distretti, ha portato una preziosa testimonianza dall’interno di ciò che manca e di quello che serve fare: “Ci sono presidi di assistenza che rappresenteranno l’obiettivo dei prossimi investimenti – ha detto Colacicco –. Attualmente c’è una gravissima carenza di dirigenti medici, a cominciare da pediatri fino a tutte le altre discipline. D’altro canto, abbiamo un dipartimento delle politiche del farmaco che ha rappresentato un pilastro per l’azienda durante l’epidemia”.

È emerso un modello organizzativo che ha ridato centralità alla farmacia

Colacicco ha sottolineato come il lavoro dei farmacisti sia spesso sottovalutato o compreso meno perché “a valle” rispetto all’intero ciclo terapeutico che culmina con l’arrivo del farmaco ai pazienti. “Durante l’emergenza Covid sono loro che hanno organizzato tutti i presidi. In Puglia soffriamo la mancanza di farmacisti territoriali, i farmacisti ospedalieri si fanno carico anche delle esigenze del territorio”.

Rispetto alla distribuzione dei farmaci, nell’ottica della connessione ospedale-territorio, la città di Taranto ha dovuto affidare alle attività dei volontari il trasporto dei farmaci a domicilio. I pazienti affetti da Covid o da long-Covid hanno avuto bisogno di una cura costante a livello domiciliare e territoriale.

“È venuto fuori un modello organizzativo che ha visto la farmacia riacquistare la giusta dignità che di solito non veniva riconosciuta – ha concluso Colacicco -. Avere delle somministrazioni di prossimità è importante. Inoltre, le farmacie hanno attivato dei corsi di formazione adeguati alla capillare distribuzioni dei vaccini, anche in relazione a tutti i cambiamenti dei calendari vaccinali e delle direttive normative”.

Digitalizzazione e dematerializzazione

“Durante la pandemia la distribuzione dei farmaci ospedalieri nelle farmacie territoriali è stata potenziata per arrivare a tutti quei pazienti le cui cure non venivano momentaneamente più erogate dai nosocomi – ha raccontato anche la dottoressa Paola Deambrosis, che lavora in direzione farmaceutico protesica dispositivi medici della Regione Veneto -. Le consegne a domicilio sono state portate avanti dalla Croce Rossa mentre per pazienti Covid che non avevano bisogno di ricovero è stata attivata la possibilità di effettuare l’ossigenoterapia domiciliare con il supporto del proprio medico di base, a conferma del grande ruolo che hanno avuto i farmacisti ospedalieri e i presidi di assistenza interposti fra l’ospedale e i pazienti”.

La migrazione digitale delle ricette deve essere portata a compimento

Quello che secondo Deambrosis è mancato è una completa dematerializzazione delle ricette che avrebbe semplificato molto il lavoro del personale sanitario, soprattutto in fase di lockdown. Le Regioni italiane hanno già infatti le infrastrutture necessarie per dire addio per sempre alle famose “ricette rosse” in favore al cento per cento digitali. Quasi nessuna però ha completato la migrazione al nuovo sistema. Un passaggio che nel futuro prossimo dovrà avvenire con più decisione.

 

“La professione farmaceutica farà parte del sistema di rilancio della sanità pubblica – ha concluso il presidente Sifo, Arturo Cavaliere parlando del PNRR e dei 15,70 miliardi messi a disposizione della missione salute al punto 6 del documento –. L’attivazione delle case di comunità entro il 2026 e la nuova definizione di distretti di 100 mila abitanti farà sì che vengano a crearsi importanti centrali di raccordo locale in connessione con le aziende ospedaliere e il 118. Uno dei maggiori risultati sarà quello di avere finalmente una continuità terapeutica fra ospedale e territorio”.