Claudia Rocco (IQVIA): la gestione dei dati sanitari è ancora frammentata, ma il potenziale è immenso

Miglioramento della prevenzione, personalizzazione delle cure, ma anche sperimentazioni cliniche e studi epidemiologici nazionali. Queste sono solo alcune delle attività che si potrebbero fare se i dati sanitari nel nostro Paese fossero gestiti in modo efficiente, coerente e standardizzato in tutte le Regioni. Un orizzonte ancora lontano in Italia dove permangono forti limiti a una gestione ottimale dei dati sanitari (siamo tra gli ultimi posti in Europa per questo aspetto), limiti che la pandemia da Covid-19 ha portato drammaticamente allo scoperto.

Le motivazioni di questo scenario sono numerose e risiedono soprattutto nella mancata percezione dell’importanza del dato sanitario al di là del suo utilizzo per il controllo di gestione; nella mancata consapevolezza che il dato clinico, oltre quello amministrativo, può fare la differenza nell’assistenza sanitaria e nella gestione di tutto il Servizio Sanitario Nazionale. Lo sanno bene in IQVIA Italia, azienda leader globale nell’elaborazione e analisi dei dati e nello sviluppo di tecnologie in ambito sanitario che lavora attivamente con aziende farmaceutiche e strutture sanitarie proprio per aiutarle nell’ottimizzazione della gestione delle informazioni.

Abbiamo provato, con l’aiuto di Claudia Rocco, Senior Director per il comparto ospedaliero di IQVIA Italia, a capire meglio la causa di queste limitazioni e quali potrebbero essere i modi per superarle.

Che cosa si cela dietro l’inefficienza italiana nella gestione dei dati sanitari?

I dati clinici e sanitari non sono quasi mai stati considerati strategici. Sono stati usati anzitutto per il controllo di gestione, e anche con ragione, perché aiutano a capire quanto denaro si è speso e per cosa. In seguito, si è iniziato a dare importanza ai dati anche da un punto di vista clinico, ma questa attenzione è arrivata tardi e in maniera disorganizzata, non c’è un coordinamento centrale per quanto riguarda gli standard dei dati, non c’è una strategia nella raccolta e nell’analisi. A questa complessità si sono aggiunti anche i limiti imposti dal GDPR per la privacy e così, per paura di sbagliare, in alcuni casi si è creato un blocco culturale. La materia effettivamente è complessa e nelle strutture mancano le professionalità, i data manager non sono ancora tra le figure più richieste in ambito sanitario.

In questo momento come sono gestiti i dati sanitari?

In modo molto frammentato e disomogeneo. Si assiste a casi di eccellenza come a situazioni paradossali, dove troviamo sistemi di raccolta dati diversi anche tra i reparti dello stesso ospedale. Le cartelle cliniche sono create con standard differenti e alcune non sono compatibili con i requisiti regolatori per poter fare ricerca clinica. Noi, che ci occupiamo anche di ricerca clinica, non possiamo lavorare con gli ospedali che non hanno sistemi informativi allineati con le normative regolatorie e le good clinical practice: i software che raccolgono i dati non arrivano a un livello di dettaglio e precisione utile per le ricerche cliniche e accettabile dagli enti regolatori. Sembrano mancare gli strumenti e una strategia comune.

Questa mancanza strategica nasce anche dal sotto finanziamento generale alla sanità?

Se la sanità, già in generale, non è finanziata adeguatamente, la digitalizzazione della sanità lo è ancora meno. Si stanno perdendo occasioni di salute, ma anche di controllo di gestione ottimale. Perché con i dati clinici si può capire anche l’efficacia della spesa: se riesco a collegare i dati di spesa e degli investimenti agli outcome clinici, riesco a capire se un certo investimento sta dando risultati. Oggi quasi nessuno analizza la spesa dell’attività clinica in relazione al risultato ottenuto, sono analisi che si fanno per studi ad hoc, ma non sono realizzati in modo sistematico.

Per paura di sbagliare, in alcuni casi si è creato un blocco culturale

La fase 2 della pandemia da Covid-19 in Italia sta mostrando le sue debolezze epidemiologiche. Questa frammentazione di dati è “figlia” di questa gestione?

Assolutamente. In Italia mancano sistemi epidemiologici strutturati: oggi per diverse patologie non ci sono numeri consolidati a livello italiano e a livello regionale. Abbiamo delle stime basate su singoli studi e poi proiettate sulla popolazione, ma non sono analisi bottom up, costruite dal basso, perché sono poche le Regioni che hanno sistemi di monitoraggio e di epidemiologia confrontabili. Il servizio “Epicentro” dell’Istituto Superiore di Sanità raccoglie e rende disponibili i dati che ci sono, ma manca il panorama generale.

Il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) non aiuta per gli studi epidemiologici, perché al momento è un raccoglitore di documenti digitalizzati, il più delle volte inutili per raccontare la storia del paziente. Questo si deve soprattutto alla mancanza di standard di interoperabilità: chi si cura in strutture diverse ogni volta deve portarsi dietro i documenti cartacei degli esami svolti nelle altre strutture. Non esiste un database unico di condivisione dei dati.

Il cittadino non sa con certezza quali informazioni il SSN abbia su di lui, anche perché il FSE non è facilmente accessibile. Ma anche se ognuno avesse accesso al proprio fascicolo, questo potrebbe essere incompleto perché non sempre compilato. Se avessimo un fascicolo aggiornato con tutte le malattie che abbiamo avuto, i dati epidemiologici sarebbero immediatamente disponibili e aggiornati.

Secondo lei sta cambiando qualcosa a livello di consapevolezza sull’importanza della digitalizzazione?

Credo che il Governo si sia reso conto che la sanità va finanziata anche per la digitalizzazione e la app “Immuni” ha il pregio di aver portato al centro del dibattito l’utilizzo del digitale per amministrare la sanità pubblica. Fino a prima del Covid-19 questo era impensabile, oggi invece ci si sta rendendo conto che il digitale può fare la differenza nell’assistenza sanitaria.

Una delle grandi rivoluzioni digitali cui abbiamo assistito in questi mesi è stata la ricetta dematerializzata mandata via sms o via email: impensabile fino a prima del coronavirus. Ancora, le visite di monitoraggio per i pazienti cronici: in alcuni casi, per esempio per i diabetici, le televisite sono riconosciute allo stesso modo delle visite in presenza. Abbiamo sperimentato che si può lavorare in questo modo, che come possono lavorare gli impiegati da remoto così possono fare anche i medici e gli altri impiegati dei settori pubblici.

Si stanno perdendo occasioni di salute, ma anche di controllo di gestione ottimale

La gestione dei dati sanitari, ai fini clinici e non solo di controllo di gestione, come si potrebbe implementare fin da subito?

Dal punto di vista tecnologico non c’è da inventarsi nulla, è tutto già pronto. Si possono usare database su cloud, non c’è nulla di difficile. Il lavoro complesso è l’allineamento culturale e politico, occorre mettere le persone intorno a un tavolo, decidere i criteri di interoperabilità e fare un piano di implementazione, tenendo conto anche degli aspetti di sicurezza e trattamento dei dati, naturalmente.

Come si stanno muovendo le Regioni?

Come abbiamo visto, le Regioni si stanno muovendo in autonomia e manca una regia nazionale.

In questi mesi, noi come IQVIA nell’ambito ospedaliero abbiamo visto diversi approcci da parte del privato e del pubblico: il primo è generalmente più aperto a investire nell’ottimizzazione della gestione dei dati rispetto al secondo. In alcuni ospedali privati stiamo iniziando a parlare di gestione in cloud e non solo per il dato sanitario a fini amministrativi, ma per una sua valorizzazione nell’ambito clinico. Nel pubblico troviamo più raramente questa predisposizione perché mancano sia risorse economiche sia risorse umane. Quindi sono le Regioni a dover spingere maggiormente in questa direzione. Alcune si stanno muovendo in questo senso e hanno assunto figure tecniche per attivare o sviluppare ulteriormente il processo di raccolta strutturata di dati da tutti gli enti pubblici.

Il monitoraggio della spesa farmaceutica è ben sviluppato, sono i device a rappresentare ancora una sfida

I farmaci invece sembra non abbiano problemi di monitoraggio. È così?

Il controllo sulla spesa dei farmaci è sviluppato, è una voce di spesa importante e la sua misurazione oggi funziona e permette anche di fare previsioni ragionevoli. Per il 2020 in effetti prevediamo che la spesa della farmacia ospedaliera genererà uno sforamento del budget di quasi 3 miliardi di euro. Qui c’è un evidente problema di definizione dei tetti spesa. Sul campo del monitoraggio della spesa, la sfida principale è rappresentata dai medical device: esistono centinaia di migliaia di tipi di medical device e non sono monitorati in modo standard, il flusso dei dati è debole e spesso non è adeguato neanche per le finalità amministrative.

Il problema riguarda soprattutto la classificazione, ma è un problema che si riscontra anche a livello europeo. Per i farmacisti ospedalieri è una grossa sfida, per loro è difficile gestire un portafoglio prodotti così ampio. Per questo motivo il farmacista ospedaliero ha spesso pochi strumenti per indirizzare il clinico nella scelta dei medical device, limite che non si riscontra quando si parla di farmaci dove la formazione è di un altro livello.

Oltre alla gestione ottimale della spesa sanitaria, quali sono gli altri potenziali offerti dalla corretta analisi dei dati sanitari?

L’analisi del dato del paziente legato alla patologia porterebbe ad avere sistemi di prevenzione più avanzati. Oggi questo, alla luce della pandemia, è ancora più importante perché è fondamentale poter contare su analisi strutturate dei dati che mettano in relazioni contagi, trattamenti, efficacia delle cure. Oggi tutto questo non è facilmente realizzabile perché mancano dei protocolli standard di elaborazione dei dati.

Ma oltre alla prevenzione, non dimentichiamoci che una buona gestione dei dati aumenta le possibilità di poter ospitare la ricerca clinica.

Una buona gestione dei dati è fondamentale non solo per la prevenzione ma anche per attrarre ricerca clinica

Per gli ospedali attrarre ricerca clinica è fondamentale, non solo da un punto di vista economico (metà degli investimenti nella ricerca rimangono negli ospedali) ma soprattutto in termini di offerta di salute: gli ospedali che fanno ricerca clinica hanno accesso, a costo zero, ai farmaci più innovativi e quindi possono offrire ai pazienti più opzioni terapeutiche. Sono pochi gli ospedali in Italia che offrono una gestione dei dati ottimale per questo tipo di ricerca. Noi in Italia abbiamo individuato al momento due prime site dove dal 2018 facciamo ricerca clinica con continuità: l’IRCCS Fondazione Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano e l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano (Milano).

Per attrarre ricerca clinica occorre essere attrattivi sotto il profilo della raccolta e gestione dei dati: non basta poter contare su un clinico famoso, se l’infrastruttura che c’è dietro è debole.

Angelica Giambelluca

Angelica Giambelluca

Giornalista professionista in ambito medico

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