La cultura fa bene alla salute: come nasce il welfare culturale

Si chiama welfare culturale. Si traduce come “un nuovo modello integrato di promozione del benessere e della salute e degli individui e delle comunità, attraverso pratiche fondate sulle arti visive, performative e sul patrimonio culturale”. Un bisogno connaturato all’essere umano sin dalle origini e consacrato dalla pandemia. Ne abbiamo parlato con Catterina Seia, presidente del Cultural Welfare Center (CCW).

Catterina-SeiaChe rapporto c’è fra cultura e salute?

La cultura fa bene alla salute. Lo sappiamo fin dagli albori della storia dell’umanità. La cultura, in quanto esperienza di senso che agisce sulla dimensione cognitiva quanto su quella emozionale, è profondamente connessa allo sviluppo umano, alla fioritura delle persone e delle comunità.

Nel 2020, la pandemia ha fatto emergere con maggiore forza il ruolo di questa alleanza, mostrando la rilevanza degli strumenti culturali, delle riserve cognitive per la resilienza delle persone al trauma, per la connessione con l’altro, con il mondo. Senza l’accelerazione dell’offerta culturale digitale e la risposta generosa, creativa degli enti di prossimità, il costo sociale dello tsunami, seppur ancora non quantificabile nelle sue profonde ferite invisibili e nell’aumento esponenziale delle diseguaglianze, sarebbe stato molto più rilevante. Dalla pandemia abbiamo imparato che siamo tutti più fragili e che le attività culturali – anche durante e nonostante la chiusura – hanno saputo continuare a essere luogo di incontro e di scambio, dove ritrovare forze ed energie.

Lo abbiamo letto, tra gli altri, nel report Art Consumption and Well-being During the Covid-19 Pandemic del progetto Art&Well-being di Cluj Cultural Centre, in Romania, con la Fondazione Bruno Kessler di Trento, il Bozar Centre for Fine Arts, a Bruxelles, e la UGM Maribor Art Gallery, in Slovenia, che evidenzia il valore attribuito dalle persone alla cultura nella gestione quotidiana dell’impatto della pandemia durante i lockdown. Dalla survey digitale, che ha coinvolto oltre 1500 persone in Europa nella seconda parte del 2020, emerge che l’impegno nell’ascolto della musica, la visione di film, la lettura e la scrittura, il disegno e la pittura ha distaccato di quasi 30 punti l’attività fisica e la cucina, mitigando gli stati di animo negativi, la paura e il turbamento portati dall’inedito scenario di instabilità.

Le evidenze cliniche e scientifiche, raccolte negli ultimi vent’anni, dimostrano che la partecipazione culturale attiva e alcune specifiche attività culturali sono fattori che favoriscono quelle che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) definisce life skill, ovvero le abilità per muoversi con pienezza sulla scena della vita (con particolare riguardo a empatia, comunicazione efficace, gestione delle emozioni e lavoro di team), il rafforzamento delle competenze mnestiche e comunicative (verbali e non verbali), la riattivazione fisica del corpo (movimento, respiro, equilibrio), l’integrazione corpo-mente (sensazione/emozione/pensiero), lo sviluppo di valore e capitale sociale, la valorizzazione e inclusione della differenze, la riflessione etica e il potenziamento dell’apprendimento critico, la promozione della resilienza. Agency, direbbe l’economista premio Nobel Amartya Sen, ovvero l’effettiva possibilità e abilità di azione di ogni individuo, a favore del proprio benessere.

Quali sono i principali e i più recenti studi in materia?

La rinnovata attenzione alla relazione virtuosa tra cultura e salute si fonda su una visione biopsicosociale della salute e su un corpo sempre più solido di evidenze cliniche e scientifiche, accumulato da inizio millennio e confermato dalle ultime frontiere della ricerca (dalle neuroscienze, all’epigenetica, alla psiconeuroendocrinoimmunologia).

Oggi la stessa Oms acclara il valore della cultura per la salute con l’Health Evidence Network Synthesis Report 67-2019 (Quali le evidenze del ruolo della cultura nel miglioramento della Salute e del Benessere?), una vera milestone per operatori socio-sanitari, culturali, educativi e policy maker. Questo rapporto mette a disposizione i risultati di una rassegna della letteratura scientifica e umanistica con un approccio interdisciplinare (medicina, psichiatria, psicologia, filosofia, neuroscienze, antropologia, sociologia, geografia ed economia della salute, sanità pubblica…), prendendo in esame oltre 900 pubblicazioni prodotte dall’inizio degli anni 2000, review sistematiche, meta-analisi e meta-sintesi basate su oltre 3000 studi e 700 ulteriori singoli studi nella Regione Europa (che comprende 53 Paesi).

La partecipazione culturale è un’importante risorsa salutogenica, ovvero capace di creare salute, sia nella dimensione della promozione e della prevenzione primaria, sia nei percorsi e nelle relazioni di cura, nella costruzione di equità e di qualità sociale

Il lavoro chiarisce come la partecipazione culturale sia una importante risorsa salutogenica, ovvero capace di creare salute, sia nella dimensione della promozione e della prevenzione primaria, sia nei percorsi e nelle relazioni di cura, nella costruzione di equità e di qualità sociale. È il risultato di un lungo percorso strategico che l’Oms ha avviato nel 2013 con l’approccio Salute in Tutte le Politiche, che indica che la salute, in quanto fenomeno dinamico e complesso, non è soltanto responsabilità ed esito della Sanità, ma della interdipendenza di ogni politica, del comportamento di ogni organizzazione e di ogni individuo. In questa direzione, l’Oms raccomanda ai policy maker di considerare la centrale influenza della partecipazione culturale nella costruzione di politiche sanitarie sempre più intersettoriali con il dialogo tra cultura, educazione e socialità e incoraggia un approccio dal basso attraverso l’arte comunitaria, partecipativa, per valorizzare le risorse umane esistenti, per generare coesione sociale.

Anche l’International Union of Health Promotion and Education ha recentemente pubblicato (luglio 2021) un volume a cura di ricercatrici provenienti da Stati Uniti, Argentina e Norvegia, che esplora il potenziale delle arti nei processi di trasformazione sociale in un quadro di giustizia sociale. In questa direzione, già nel 2009 la dichiarazione di Lima su Arte, Salute e Sviluppo (Paho) ne ha sottolineato il potere intrinseco, suggerendo connessioni chiave: l’Arte è “un potente strumento per rielaborare situazioni critiche; attraverso la creatività, si promuovono immaginazione e pensiero critico, presupposti per la cittadinanza attiva e il cambiamento sociale”.

Un crescendo rossiniano di interesse che si traduce quindi in un aumento delle ricerche, in risultati scientifici sempre più eclatanti, nella moltiplicazione delle esperienze e nell’avvio di percorsi strategici da parte di investitori sociali e di pubbliche amministrazioni.

A che punto siamo a livello di consapevolezza dell’esistenza di tale rapporto?

Le esperienze sono innumerevoli a livello internazionale, in primis nei mondi anglofoni e scandinavi, come nel nostro Paese. Nei luoghi di cura, nei luoghi della cultura, come nelle comunità. Nella promozione della salute, nella prevenzione primaria, come nell’accompagnamento ai percorsi di cura e gestione delle patologie, in tutto l’arco della vita, con attenzione alle persone più vulnerabili. Tuttavia, per quanto promettenti, tali pratiche scontano il profilo dell’occasionalità e sono state a lungo confinate al rango di episodi marginali rispetto alla scienza “dura”, agli approcci concreti e realistici al welfare.

La partecipazione culturale si associa a un prolungamento della longevità e a un miglioramento delle condizioni di vita in situazioni di patologie degenerative, è cresciuta l’attenzione del suo impatto sul benessere, che va ben oltre l’intrattenimento in cui a lungo l’abbiamo confinata

Fino a qualche tempo fa questa relazione era pressoché assente dalle agende politiche. Solo dopo la pubblicazione di alcuni studi epidemiologici che hanno dimostrato inequivocabilmente come la partecipazione culturale si associ a un prolungamento della longevità e a un miglioramento delle condizioni di vita in situazioni di patologie degenerative, è cresciuta l’attenzione del suo impatto sul benessere, che va ben oltre l’intrattenimento in cui a lungo l’abbiamo confinata.

Per fortuna lo scenario sta cambiando rapidamente. La ricerca e le esperienze in atto stanno aprendo nuove prospettive, molto promettenti. La Nuova Agenda per la Cultura della Commissione Europea, ad esempio, riconosce la cultura come “risorsa salute”, tracciando un percorso inedito, fortemente innovativo assunto dalla programmazione europea per il settennale 2021-2027: allarga la sfera di attenzione delle politiche culturali ai cosiddetti crossover, ovvero alle interazioni pianificate, sistematiche e sistemiche tra la partecipazione e la produzione culturale con ambiti di policy esterni, un tempo percepiti come debolmente interconnessi.

Le interazioni della cultura con benessere e salute, coesione sociale, innovazione sono inclusi tra i pilastri delle politiche culturali. Si tratta di un grande riconoscimento nei confronti delle innumerevoli esperienze avviate e in corso e una indicazione della volontà dell’Europa di investire significativamente per incoraggiare sia la ricerca scientifica sia la sperimentazione clinica.

Cos’è il Cultural Welfare Center e di cosa si occupa?

Covid-19 ha reso centrale la salute, nelle agende politiche come nel dibattito quotidiano, portando in evidenza nodi strutturali, ampliando la faglia delle diseguaglianze. È ineluttabile la creazione di una società della cura, capace di prendersi cura. Per dare un contributo concreto a questa sfida, nel primo giorno del primo lockdown ho lanciato una call to action dalla quale ha preso avvio il CCW-Cultural Welfare Center, l’unico centro di competenza sulla relazione tra cultura e salute nel panorama nazionale.

Il gruppo promotore è costituito da dieci professionisti, pionieri nel welfare culturale, provenienti da diverse aree disciplinari che, nell’ambito di altrettante istituzioni, hanno cooperato a geometria variabile dagli inizi del millennio sull’alleanza tra cultura e salute. Con CCW mettono in rete le migliori competenze per contribuire attraverso le arti a una nuova idea di welfare, il welfare culturale, neologismo che sta conoscendo una rapida diffusione. Per il suo uso disinvolto, come CCW abbiamo sentito la necessità di redigere una prima definizione nel 2020 per l’Atlante Treccani, aperta a ulteriori interpretazioni. Secondo tale approccio, l’espressione indica “un nuovo modello integrato di promozione del benessere e della salute e degli individui e delle comunità, attraverso pratiche fondate sulle arti visive, performative e sul patrimonio culturale”.

Poiché il benessere individuale (fino ad arrivare alla longevità) viene influenzato in modo sostanziale da forme specifiche di accesso culturale, le politiche che puntano a promuoverne l’accesso possono essere considerate come politiche per la salute

Poiché il benessere individuale (fino ad arrivare alla longevità) viene influenzato in modo sostanziale da forme specifiche di accesso culturale, le politiche che puntano a promuoverne l’accesso possono essere considerate come politiche per la salute. Il welfare culturale − integrando e mettendo a sistema competenze e risorse di diversi settori per il raggiungimento di un benessere delle persone e della collettività – può rappresentare una traiettoria di azione primaria di intervento per città e territori, così come a livello di Paese. In linea con questa visione, CCW ha lo scopo di contribuire allo sviluppo, alla diffusione e alla promozione dei cross-over culturali, ovvero le relazioni sistemiche e sistematiche tra la cultura, le arti e altri ambiti di policy, in primis salute, sociale ed educazione.

Il centro ha sede operativa in due luoghi simbolo dell’innovazione sociale, unendo idealmente Nord e Sud: a Torino nel Distretto Sociale Barolo, dal 1823 vera cittadella della solidarietà e a Favara, in provincia di Agrigento, dove dieci anni fa ha preso avvio uno dei più significativi progetti di rigenerazione urbana a base culturale del mondo.

A quali progetti ha dato vita e su cosa sta lavorando adesso?

Come CCW riteniamo urgente, coinvolgendo attori e portatori di interesse pubblici e privati, lavorare in un’ottica multidisciplinare, multilivello e intersettoriale, per dare valore e rafforzare in termini metodologici le esperienze in atto che adottano l’arte e la cultura nei processi di cambiamento, nutrire visioni e azioni che pongano in atto questa visione, attraverso ricerca, advocacy e l’accompagnamento delle politiche, supportando la costruzione di nuove competenze. In questa direzione, abbiamo stipulato partnership e chiamato a raccolta altri esperti in una knowledge community, contribuendo alla costruzione di un ecosistema di dialogo.

In tal senso, il primo atto di CCW, in partnership con DoRS – Centro Regionale di Documentazione per la Promozione della Salute della Regione Piemonte, su autorizzazione dell’Oms, è stata la cura della versione in italiano del Rapporto 67/2019 al fine di favorire una diffusione ampia dei risultati, partendo dai tavoli dei decisori.

Un’altra azione importante è stato lo sviluppo, e la successiva disseminazione, della prima ricerca per l’emersione di soggetti, progetti, competenze, impegnati su “Cultura e Salute” nella macroregione del Nord Ovest, su incarico di Fondazione Medicina a Misura di Donna, a cui Compagnia di San Paolo ha commissionato il lavoro, che è stato condotto tra giugno e ottobre del 2020.

Tra le azioni più rilevanti avviate nel nostro primo anno di vita, abbiamo varato la CCW School, attraverso la quale siamo attivi nella costruzione di competenze, nell’arricchimento delle professionalità esistenti e nella creazione di una nuova generazione di operatori e policy-maker nel campo del welfare culturale, che porti a una community in grado di operare a livello locale, in rete nazionale e aperta all’Europa. Le risposte sono disegnate in base ai bisogni emersi dalle ricerche condotte dall’ente, all’ascolto costante e all’attività di benchmarking internazionale.

In particolare, nel 2021, CCW School ha realizzato “La Bussola”, il primo programma di esplorazione sulla relazione virtuosa tra cultura e salute in ottica intersettoriale, a cui hanno preso parte oltre 300 partecipanti, e ha avviato la prima edizione del Master Executive Cultura e Salute, su tre formule, della durata di 12 mesi con più di 60 iscritti, professioniste e professionisti provenienti da tutta Italia e anche da due Paesi esteri.

Sempre nell’ambito del capacity building, siamo impegnati nell’alta formazione delle professioni della cura, prevalentemente in campo biomedicale, per favorire una maggiore efficacia del sistema salute, che è fortemente legata alla qualità delle relazioni umane che si stabiliscono tra i professionisti e gli utenti nel percorso di cura.