Eredità digitale: cosa succede ai nostri dati dopo la morte?

Fotografie, post, dati sanitari: è la nostra eredità digitale. Ma cosa significa morire nell’era di Internet, dei social media e dei Big Data e cosa comporta? Come prenderne consapevolezza e imparare a gestirla? Abbiamo approfondito l’argomento con il filosofo e tanatologo Davide Sisto e il giurista Giovanni Ziccardi.

Così la morte, insieme alla vita, è diventata digitale

Davide Sisto, docente di Filosofia Teoretica presso l’Università di Torino ed esperto di tanatologia, lo studio della morte dal punto di vista filosofico, medico, in relazione alla cultura digitale e al postumano. È autore de “La morte si fa social” e “Ricordati di me” (entrambi Bollati Boringhieri).

Morte e digitale: che rapporto c’è?

“Il rapporto tra la morte e le tecnologie digitali è piuttosto complesso e variegato, dal momento che include i temi dell’elaborazione del lutto e delle eredità personali, del desiderio di immortalità e delle trasformazioni dei riti funebri, della presenza spettrale dei morti e delle diverse ritualità sociali che cercano simbolicamente di gestirla. Alla base di ogni ricerca e riflessione nel campo specifico della Digital Death vi deve essere la consapevolezza di ciò che significa condividere e registrare, nel corso della propria vita, molteplici dati che costituiscono i frammenti della nostra presenza psicofisica nel mondo, soprattutto alla luce di un fatto specifico: non vi è coincidenza tra la durata temporale delle identità digitali e quella della nostra unica presenza psicofisica.

Una volta morti, cioè, i nostri dati continuano a essere presenti online, in senso sia passivo che attivo, comportando tutta una serie di conseguenze che devono essere tematizzate in modo compiuto nel campo della tanatologia, dei Death Studies e della Death Education. Pertanto, la comprensione delle modalità con cui le tecnologie digitali intercettano il fine vita implica la consapevolezza che la rivoluzione digitale ha profondamente mutato le caratteristiche sociali e culturali degli esseri umani. Come osserva la ricercatrice Stacey Pitsillides, nel sito web da lei creato per discutere di Digital Death, se la vita è diventata digitale e se la morte fa parte della vita è inevitabile che anche la morte sia diventata digitale, con tutte le conseguenze che ne derivano”.

Ci sono dei rischi nel lasciare le nostre tracce online per il “dopo”?

“I rischi sono molteplici. In un certo qual modo, è come lasciare la porta di casa eternamente aperta, con l’aggravante che i dati condivisi online non sono tanto oggetti personali quanto veri e propri frammenti o parti della nostra presenza psicofisica. Dunque, chiunque può indossare in maniera arbitraria i nostri panni, usando le immagini e le informazioni che abbiamo condiviso nel corso della vita per ogni tipo di finalità più o meno lecita. Inoltre, la presenza a tempo indeterminato dei nostri profili social può rendere assai problematica l’elaborazione del lutto.

Se, da una parte, i dolenti possono disporre di un numero sostanzioso di ricordi della persona deceduta, come mai successo in passato, dall’altra la particolare natura temporale della dimensione online sembra mantenere in vita i profili social dei morti, vanificando quel processo di rottura e di separazione che viene innescato in modo salutare dalle ritualità funebri. I social network, in particolare, vanno intesi tanto come autobiografie culturali collettive quanto come enciclopedie interattive dei morti, tenuto conto dell’impressionante numero di profili di utenti deceduti da loro ospitati: prenderne coscienza a priori, stabilendo preventive regole per la gestione post mortem dei vari account, è fondamentale per non rimanere travolti dagli effetti emotivi e psicologici che derivano dalla loro permanenza online”.

Alcuni strumenti come Facebook ci danno la possibilità di designare un “contatto erede”: è questo il futuro?

“Come è consigliabile predisporre un testamento biologico, tenuto conto di quanto è invasiva la tecnologia nel rapporto tra la vita e la morte, così lo è stabilire preventivamente un testamento digitale. Essere trasparenti nei confronti della gestione post mortem dei propri profili social significa evitare incomprensioni che possono essere nocive per la salute di chi soffre la perdita. Per esempio, sono sempre più frequenti le diatribe giudiziarie tra chi vorrebbe cancellare il profilo social di un parente morto e chi invece lo vorrebbe mantenere attivo.

Sono sempre più frequenti le diatribe giudiziarie tra chi vorrebbe cancellare il profilo social di un parente morto e chi invece lo vorrebbe mantenere attivo

Senza un testamento digitale o comunque indicazioni oggettive sull’uso post mortem dei vari account social, una simile diatriba è di complessa risoluzione. Il problema del testamento digitale riguarda non solo la nostra presenza nella dimensione online, ma anche i contenuti dei computer e degli smartphone. La nostra vita è sempre più condivisa e registrata nel mondo online e nei mobile device. Dunque, sono necessarie delle regole precise e trasparenti per tutelare i contenuti condivisi e registrati online, una volta che non possiamo più monitorarli direttamente. Tale tutela riguarda tanto la privacy del singolo deceduto quanto la sua memoria per le persone che hanno sofferto la perdita”.

La pandemia ha influito sul rapporto tra morte e web? Come?

“La pandemia ha accelerato processi di trasformazione antropologica già in corso. In primo luogo, ha sdoganato quei funerali in streaming, che nel periodo pre-Covid venivano adottati generalmente da chi non aveva le disponibilità economiche di essere fisicamente presenti nel luogo del rito. A partire da fine febbraio 2020 ci siamo abituati a vedere funerali trasmessi in diretta online su Zoom. E questo ha riguardato tutti i paesi del mondo.

È certamente interessante notare come tradizioni religiose differenti – come quella del Ghana o dell’India, per fare due esempi – abbiano dovuto reinterpretare i propri riti mediante le tecnologie digitali in una fase di emergenza sanitaria. Negli Stati Uniti, addirittura, vi sono stati funerali celebrati in modalità simil-drive in, con i parenti che hanno seguito la funzione – proiettata su maxischermi – da dentro la propria automobile. Oltre ai funerali in streaming, la pandemia da Covid-19 sarà ricordata per i contenuti social che ne hanno testimoniato in diretta le varie fasi che si sono succedute. Ci sono pagine social, come la nota “Noi denunceremo” su Facebook, che raccolgono testimonianze scritte, fotografiche e audiovisive di un numero importante di morti per Covid.

Inoltre, sono aumentate le iniziative social – su Instagram, Tik Tok e YouTube – per aiutare i singoli utenti a superare gli effetti della decennale rimozione della morte, in un momento storico così delicato. In senso lato, il fatto di aver vissuto e testimoniato questa pandemia nei vari ambienti della dimensione online, mentre i nostri corpi sono stati congelati all’interno delle singole abitazioni, avrà un impatto significativo sulle ricostruzioni storiche del futuro, sempre che si riesca a conservare nel tempo tutto ciò che abbiamo condiviso e registrato”.

Oltre ai dati “social” c’è tutta una parte di altre informazioni raccolte nelle banche dati, ad esempio i dati sanitari: cosa pensa da questo punto di vista? Ci sono implicazioni a livello etico?

“Questo è un fenomeno inedito di difficile analisi, almeno nella situazione odierna in cui le tecnologie digitali sono costantemente sottoposte a nuove evoluzioni e progressi. In Corea del Sud, per esempio, il mondo sanitario sta cercando di creare e sviluppare veri e propri “gemelli olografici” dei pazienti, di modo da sperimentare cure e soluzioni sanitarie sull’ologramma del paziente, prima di intervenire sul suo corpo. Questo, ovviamente, determina un costante aumento di informazioni relative al singolo individuo immagazzinate, registrate e conservate in molteplici banche dati.

Qualsiasi tipo di implicazione etica che ne derivi comporta una salvaguardia giuridica della privacy del singolo che è ancora un po’ latente. Dal punto di vista dello studioso nel campo delle discipline umanistiche, il contributo principale che si può dare è quello di far capire ai cittadini che la loro presenza online, tramite i dati condivisi e registrati, rappresenta una parte concreta, direi quasi “fisica”, della loro identità. Non si vive in due mondi separati, uno reale e uno virtuale. Viviamo in un mondo postdigitale, vale a dire un mondo in cui la dimensione online è talmente integrata con quella offline che non è possibile stabilire una loro distinzione qualitativa.

Non si vive in due mondi separati, uno reale e uno virtuale

Ecco perché questo è il punto di partenza fondamentale per poter poi ragionare sulla conservazione dei dati registrati online, anche in ambito sanitario”.

In generale, quali sono le prospettive per il futuro sulla nostra presenza online post-mortem?

“Credo che le principali novità arriveranno dal campo della realtà virtuale e della realtà aumentata. In particolare, è sempre più diffuso il tentativo di tenere simbolicamente in vita il morto, rielaborando e automatizzando i contenuti che ha condiviso online nel corso della sua vita. Ne La morte si fa social ho descritto chatbot che permettono di chattare con il morto, attraverso la riproduzione automatica dello stile delle sue conversazioni scritte, nonché siti web o social media assai particolari che mirano a creare la nostra controparte virtuale, destinata a sostituirci quando non ci saremo più. A distanza di tre anni dalla sua pubblicazione, gli esperimenti principali riguardano le riproduzioni olografiche del morto, per esempio, in realtà virtuale.

Ha colpito emotivamente tutti coloro che lo hanno guardato il documentario sudcoreano I Met You, che mostra una mamma incontrare in realtà virtuale la riproduzione della figlia, morta in età infantile. Vi sono numerosi attori che, giunti a 85-90 anni, si sono sottoposti a esperimenti che mirano a creare i loro ologrammi, destinati a sostituirli una volta deceduti. Ma gli esperimenti intenti a fornire una forma di immortalità alla quantità di dati condivisi online sono molteplici: pensiamo, per esempio, al tentativo di riprodurre il timbro vocale di persone reali, non solo decedute, da utilizzare indipendentemente dalla presenza effettiva di tali persone. Pensiamo al caso del documentario Roadrunner, relativo al noto chef Anthony Bourdain, morto nel 2018.

Credo che la tecnologia si muoverà sempre più in questa direzione, cercando di realizzare un’immortalità di per sé proibitiva. Alla fine, ciò che resta realmente è una rinnovata memoria del morto, più interattiva e attiva, ma pur sempre distinta da colui che ha vissuto effettivamente con una determinata e unica presenza psicofisica”.

Anche in Europa si sentirà l’esigenza di una normativa, come negli Usa

Giovanni Ziccardi, professore di Informatica giuridica all’Università di Milano, è autore de “Il libro digitale dei morti. Memoria, lutto, eternità e oblio nell’era dei social network” (Utet).

Cosa è dei nostri dati dopo la morte?

“I nostri dati sopravvivono, ormai, dopo la nostra morte, ma con modalità differenti a seconda dei sistemi che prendiamo in considerazione e delle piattaforme su cui operiamo. Secondo le ultime statistiche, il primo telefono cellulare viene comunemente regalato ai bambini attorno ai 5, 6 anni. Prima di quell’età, i dati dei bambini, soprattutto fotografie, vengono comunemente, e senza problemi, pubblicati in rete da molti genitori. Ciò significa che sin dalla nascita una persona inizia a immettere dati sulle piattaforme e nei sistemi informatici.

Poi vi è un momento di apice, nella fascia di età tra gli 11 e i 18 anni, dove i dati immessi aumentano sensibilmente e poi, man mano che si diventa adulti e anziani, i sistemi continuano a essere alimentati da tali dati. Al contempo, sono quasi 15 anni che il telefono cellulare ha visto un picco di utilizzo, e ha iniziato a contenere e diffondere dati delle persone.

Ciò disegna un quadro, preliminare, nel quale tutte le persone hanno dei dati in rete che sono destinati a rimanere anche dopo la morte. Questi dati sono di due tipi: quelli che immettiamo noi volontariamente, e quelli che sono generati da altri soggetti, o da altri sistemi, spesso a nostra insaputa. I dati che rimangono dopo la morte di una persona possono essere di tanti tipi: ricordi di quella persona (fotografie), tracce delle attività in rete di quella persona (post, commenti a post, tag, video caricati su YouTube o altre piattaforme), siti web, dati economici (ad esempio patrimoni in BitCoin) o bancari.

A questi dati, dobbiamo aggiungere quelli generati invece dai sistemi cosiddetti istituzionali, ossia dalla nostra pubblica amministrazione e dalle banche dati sanitarie. In un settore come quello sanitario, come è noto, c’è la tendenza a mantenere i dati per periodi molto lunghi, spesso eterni, quindi si formano degli archivi di enormi dimensioni, molto utili soprattutto per la ricerca e la sperimentazione”.

La situazione è la stessa in Italia e negli altri paesi?

“No, gli Stati Uniti da anni cercano di disciplinare, con norme statali e federali, il problema della eredità digitale (i digital assets) perché si sono resi conto già da almeno dieci anni della gravità del problema. Purtroppo non vi è ancora una normativa uniforme, ma le leggi attuali cercano di conciliare la volontà del defunto di non far circolare, o conoscere, i suoi dati dopo la morte con quella dei parenti di venire in possesso di ricordi o di informazioni importanti sul patrimonio del defunto, magari nascosto tra le maglie della rete.

L’idea è quella di rendere chiare le “ultime volontà digitali” di una persona, magari anche consentendo di impostare le proprie ultime volontà direttamente dentro la piattaforma stessa, prevedendo, ad esempio, la “morte” dell’account o del profilo in caso di inattività per un certo numero di mesi o, al contrario, la possibilità di nominare degli eredi che gestiscano la presenza online del defunto, ad esempio commemorandolo.

In Europa e in Italia siamo molto indietro. Sono pochissime le proposte di legge, e forse i notai, almeno in Italia, sono quelli più attenti al tema, anche perché si trovano “in prima linea”. Il Consiglio Nazionale del Notariato ha pubblicato, già tanti anni fa, un bel decalogo sulla eredità digitale e sulle domande da fare al notaio in sede di gestione del patrimonio di un defunto.

La normativa sulla protezione dei dati, infine, ha previsto qualche indicazione circa la possibilità di accesso ai dati del defunto, anche online, da parte di parenti o di soggetti terzi che ne abbiano diritto o interesse, cercando di equilibrare le esigenze di privacy del defunto (che rimangono!) con il diritto di terzi di poter utilizzare alcune informazioni che lo riguardano (magari in giudizio)”.

In teoria è meglio preoccuparsi prima di quello che succederà dopo? E come fare?

“Sì, il pensare prima a come saranno gestiti i nostri dati dopo non è assolutamente una cattiva idea. Negli Stati Uniti, dove hanno un approccio molto pratico, ci sono delle vere e proprie check list con le cose “da fare prima di morire” con riferimento a tutti gli account sui social, gli indirizzi di e-mail, i piccoli patrimoni online.

Al centro del problema ci sono ovviamente i codici di accesso a tutti i dispositivi, che oggi sono molto sicuri e possono impedire a un parente di accedere al telefono o al tablet del defunto. I produttori, di solito, forniscono tali codici soltanto se c’è un giudizio/processo in corso, e questa formalità può creare davvero tanti problemi a chi volesse accedere anche, ad esempio, per finalità commemorative o per recuperare dei ricordi. Secondo me il punto dei codici di accesso (annotandoli con cura) è quello più spinoso. Altre informazioni si ricavano, di solito, facendo analizzare i dispositivi da esperti di investigazioni digitali.

Sia chiaro che una persona potrebbe anche non volere che i dati finiscano a terzi, quindi ci sono anche strategie interessanti per cancellarli o cifrarli, al fine di lasciar fuori dall’accesso a tali informazioni chiunque”.

Quali le prospettive da questo punto di vista?

“Secondo me anche in Europa presto si avvertirà l’esigenza di normare specificamente questi aspetti. Al contempo, l’uso dell’Intelligenza Artificiale consentirà di trattare sempre di più, e sempre più su larga scala, tali dati, generandone anche di nuovi. Già attuale è la possibilità di rendere “vivo” un utente deceduto rinnovando continuamente le informazioni che pubblica, elaborate appunto da software sofisticati che, ad esempio, generano nuova informazione che sembra realmente provenire da quella persona prendendo come esempio ciò che scriveva o produceva in vita.

Interessante, per una regolamentazione futura, è anche l’aspetto dei patrimoni, e non solo dei ricordi. Ormai tutti noi abbiamo anche un “piccolo patrimonio” online, fatto dei nostri acquisti, del valore dei nostri follower o del nostro blog, o di piccole (o grandi) somme in criptovalute. Anche in questo caso, sarà necessaria una regolamentazione specifica”.