Eutanasia legale fra referendum e Parlamento: la parola agli esperti


Sono più di un milione gli italiani che hanno sottoscritto la richiesta di referendum per l’eutanasia legale: un grande successo per l’associazione Luca Coscioni, che ha raddoppiato la soglia minima per l’indizione delle consultazioni.

Lo stesso tema è in discussione anche in Parlamento. Il testo base della proposta di legge sul Rifiuto di trattamenti sanitari e sulla liceità dell’eutanasia è stato approvato dalle Commissioni Giustizia e Affari sociali della Camera il 6 luglio scorso, dopo due anni dalla sentenza sul “Caso Cappato” con cui la Consulta ha sollecitato un intervento del legislatore.

La tanatologa Sozzi: “Non si crei un’alternativa con le cure palliative”

“Sull’argomento notiamo un dibattito molto polarizzato fra chi si oppone in modo radicale e i sostenitori scatenati dell’eutanasia legale: entrambe le fazioni raramente entrano nel merito – commenta la tanatologa e dirigente della Samco Onlus Marina Sozzi -. Inoltre, anche il testo base in discussione alla Camera è evidentemente stato scritto da persone che sanno molto poco di com’è organizzato il fine vita oggi. Ad esempio, si dà ai medici di famiglia l’incarico di raccogliere le richieste eutanasiche: una bestialità, perché non sono adeguatamente formati nemmeno sulle cure palliative”.

Quindi chi sarebbe la figura più adatta secondo lei? “Gli unici che in Italia potrebbero farsi carico della richiesta sono i palliativisti che hanno in cura il paziente. Ma il discorso è più ampio: i Paesi in cui c’è già una legge sull’eutanasia, come l’Olanda, il Belgio, l’Oregon, hanno da tempo ottime cure palliative. Questo fa la differenza. Il grave rischio di non creare un collegamento fra cure palliative ed eutanasia è che queste si pongano quasi come due opzioni: o l’eutanasia o le cure palliative. Se fosse così il sistema potrebbe spingere verso l’eutanasia per ragioni di costi e allora dove sarebbe la scelta del cittadino?”.

Le indagini sulla conoscenza delle cure palliative (legge 38 del 2010) da parte dei cittadini in Italia hanno dimostrato che quasi un italiano su due non conosce i farmaci contro il dolore. Dai dati dell’Osservatorio per il monitoraggio della Terapia del dolore e cure palliative della Fondazione Gigi Ghirotti, del 2017, emerge che quasi il 65% dei pazienti non sa che esiste una legge che garantisce l’accesso alla terapia per alleviare le sofferenze e che gli ospedali sono obbligati a misurarne il grado e ad annotare tutto sulla cartella clinica. Due medici di famiglia su tre non hanno prescritto una visita in un centro specialistico ad hoc. “Significa che chi non ci è passato non conosce le cure palliative oppure lo sa in modo tremendamente approssimativo: se si pensa che siano quelle che non servono più a niente, chiaro che molti al confronto preferiscano l’eutanasia – afferma l’esperta -. Ma se si riuscisse a far capire con campagne pubbliche che cosa vuol dire davvero, cioè che nella stragrande maggioranza dei casi le cure palliative riescono a far vivere una qualità di vita accettabile fino alla fine, credo che questo cambierebbe la prospettiva”.

Nella grande maggioranza dei casi le cure palliative riescono a far vivere una qualità vita accettabile fino alla fine, ma sono ancora poco conosciute

Questo non vale in tutti i casi. “Ci sono anche persone che entrano in quella forma definita dolore totale, in cui anche la sofferenza psicologica e spirituale è troppo forte e non affrontabile, per le quali nella contingenza del fine vita si opta per la sedazione palliativa che permette di sopprimere la coscienza: le cure palliative hanno tanti colpi in canna prima che si arrivi all’eutanasia”.

In realtà, però, sottolinea la tanatologa, la questione dell’eutanasia si pone non quando si è alla fine della vita, ma nei casi in cui la vita può durare ancora decenni in condizioni molto difficili. “Ricordiamoci anche che c’è una legge molto ben fatta, la 219 del 2017 in materia di consenso informato e disposizioni anticipate di trattamento, secondo cui posso rifiutare qualsiasi trattamento sanitario, anche qualora l’abbia già accettato in passato. Una nuova opportunità che ha cambiato la situazione in modo notevole – spiega -. Molti dicono che non c’è una legge sul fine vita in Italia, ma non è vero: manca quel pezzetto sull’eutanasia, ma se facessimo quello che bisognerebbe fare, cioè la piena applicazione della legge 38 sulle cure palliative, sarebbe un pezzetto davvero molto piccolo”.

È contraria quindi alla legge sull’eutanasia? “Sono per la scelta e credo nella disponibilità della nostra vita, ma disponibilità vuol dire che devo poter scegliere e questo significa farlo sulla base di adeguate informazioni sulle opzioni disponibili: altrimenti non è una scelta. Il nodo presenta tanti problemi anche in modo molto laico, come ha sottolineato di recente in un suo articolo Luciano Violante”.

Riccio: “La legge in discussione in Parlamento nasce per non essere applicata”

 

Mario RiccioMario Riccio, anestesista e rianimatore e consigliere generale dell’associazione Luca Coscioni, è il medico che ha aiutato Piergiorgio Welby a morire nel 2006.

“Ci siamo trovati nella condizione in cui la politica, sollecitata dalla Consulta e dalle istanze della società, ha dovuto affrontare l’argomento – commenta -. In qualche modo costretta, perché non sembrava particolarmente interessata all’argomento, che fa parte delle materie considerate “divisive”. In generale vedo la politica in una posizione estremamente difensiva, non faccio particolari distinzioni: non c’è sostanziale differenziazione di posizioni in Parlamento, perché vedono tutti la questione quasi come un pericolo da arginare”.

Cosa pensa del testo in discussione? “Il segno del nervosismo sull’argomento è il fatto che siano cambiati diversi relatori. Quanto al contenuto, innanzitutto l’estensore fa l’errore, quando parla di morte medicalmente assistita, di fare riferimento solo al suicidio assistito e non all’eutanasia legale, andando contro la letteratura internazionale. Ancora più evidente l’incoerenza del titolo della bozza, che cita il rifiuto di trattamenti sanitari (non si capisce perché, visto che la materia è già stata definita dalla legge sulle Disposizioni anticipate di trattamento, le Dat) e l’eutanasia, ma di questa nel testo non si parla. È come prendere un libro con la favola di Biancaneve e trovarsi a leggere Pinocchio: un titolo del tutto staccato dal contenuto, traccia dei continui rimaneggiamenti”.

Il titolo della proposta in Parlamento cita rifiuto dei trattamenti sanitari ed eutanasia, ma nella legge non se ne parla

Lo spunto per la bozza è evidentemente la sentenza della Corte Costituzionale sul “caso Cappato”. “È l’elemento più limitante: il proponente ha preso la sentenza della Consulta e ha inserito pedissequamente nel testo i famosi “quattro punti” della decisione – commenta Riccio -. Premettendo di non essere un giurista, sappiamo tutti che la Corte non scrive le leggi ma giudica su un caso concreto: di sicuro ci sarà stata una logica giuridica nei riguardi della situazione del dj Fabo, ma riproducendo nel testo di legge quanto scritto dalla Consulta il legislatore va a inserire tra le caratteristiche del richiedente la necessità che sia tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale. Questo è illogico perché il legislatore ha già stabilito che è possibile interrompere i trattamenti di sostegno alla vita, ma soprattutto inserendo questo requisito nella norma si va a impedire l’accesso all’aiuto al suicidio alla maggior parte delle persone che lo richiederebbero. Nel paese europeo in cui la normativa in materia è più rodata, l’Olanda, il 70% dei richiedenti sia per l’eutanasia che per il suicidio assistito è costituito da pazienti oncologici, che in linea di massima non hanno nessun supporto vitale. La legge nasce quindi con il grosso limite, credo voluto dal legislatore, di non poter essere utilizzata nella maggior parte dei casi”.

Quale potrebbe essere l’impatto sul Servizio Sanitario Nazionale? “In Olanda la morte medicalmente assistita si attesta sul 4% dei decessi totali: un dato analogo a quello della Svizzera, dove il dato è cresciuto fino a quella percentuale nell’arco di una decina d’anni – spiega Riccio -. Si può quindi ipotizzare che in un certo arco di tempo sia questa la percentuale su cui i numeri si consolidano. Ma se partisse domani la legge facciamo finta che a richiederla sia un numero molto basso, lo 0,5 o l’1%, anche perché stiamo parlando di paesi con caratteristiche differenti: in Italia, Covid a parte, muoiono circa 550-600mila persone l’anno. La platea quindi potrebbe essere tra 2.500 e 5.000 persone”.

Cricelli, presidente Simg: “Nessuno ha consultato i medici di famiglia”

Il fatto che il testo base della legge precisi che la richiesta debba essere rivolta al medico di fiducia o al medico di medicina generale non è nuovo, precisa Claudio Cricelli, presidente Società italiana di medicina generale: “Sono stato consulente dell’allora presidente della XII Commissione Sanità del Senato, Antonio Tomassini, autore del primo tentativo di una legge sul fine vita: anche in quel caso nel testo era previsto che fosse il medico di base a raccogliere questa richiesta – sostiene -. Non sono sorpreso: inevitabilmente, per circostanze oggettive, la persona che può avere una conoscenza della situazione e della persona in virtù del rapporto fiduciario è il medico di base. Già a suo tempo ci furono polemiche”.

I medici cosa ne pensano? “Oggi come allora nessuno si è sognato di consultare la professione, ma è evidente che non si possa attribuire un compito di così grande responsabilità a un professionista senza che abbia la formazione adeguata e sia disponibile a riceverlo. Già ai tempi della prima proposta, alcuni avrebbero eccepito che, benché non si tratti di attribuire al medico la decisione di compiere atti ma di testimoniare la volontà del paziente, ci sono aspetti etici di cui tenere conto e comportamenti che potrebbero essere oggetto di censura sul piano deontologico”.

Qual è il suo parere? “L’importante è che non si ripetano gli stessi errori dell’altra volta, in cui anzi erano state coinvolte anche di più tutte le categorie professionali che hanno a che fare con il mondo del fine vita”.

La situazione negli altri stati

Negli Usa la normativa varia a seconda degli stati. Le direttive anticipate hanno generalmente valore legale. In Oregon è possibile, da parte del malato, richiedere farmaci letali. Una regolamentazione specifica della materia è tuttavia bloccata per opposizione di un tribunale federale.

Per quanto riguarda Asia e Oceania, in Cina una legge del 1998 autorizza gli ospedali a praticare l’eutanasia ai malati terminali. In Nuova Zelanda, nel 2020, tramite un referendum popolare, il 65,87% dei votanti ha votato a favore della morte assistita, così l’eutanasia è diventata legale a partire dal 7 novembre dello stesso anno.

In Europa, è stata l’Olanda il primo stato a legalizzare, nel 2002, l’eutanasia diretta, consentendo ai malati “di porre fine alla propria esistenza con dignità, dopo aver ricevuto ogni tipo disponibile di cure palliative”.  Due anni dopo viene approvato il “protocollo di Groningen” che disciplina l’eutanasia infantile e stabilisce quali sono i criteri necessari perché il medico non sia perseguibile penalmente.

In Europa è stata l’Olanda il primo paese a legalizzare, nel 2002, l’eutanasia diretta

Nei Paesi Bassi anche i maggiori di 12 anni possono ricevere l’eutanasia, a patto che un medico abbia certificato l’irreversibilità della condizione di sofferenza “insopportabile” del paziente. La decisione del medico è sottoposta alla verifica di una commissione. Tra le patologie contemplate ci sono anche quelle psichiche: è il caso di Noa Pothoven, che, dopo anni di lotta contro depressione e anoressia sviluppate dopo le violenze sessuali subite, fu aiutata a morire nel 2019.

Il Belgio, dal 13 febbraio del 2014, è diventato il primo stato al mondo a legalizzare l’eutanasia senza alcun limite d’età. Più cauta la normativa del Lussemburgo, che dal 2009 contempla l’eutanasia ma solo per gli adulti e solo per pazienti affetti da patologie considerate “senza via d’uscita”.

In Svizzera è previsto il suicidio assistito. Viene praticato al di fuori delle istituzioni mediche statali da alcune associazioni come la Dignitas, che accetta le richieste per malati terminali e affetti da gravi sofferenze indipendentemente dalla nazionalità del richiedente. È lì che il 27 febbraio del 2017 morì Fabiano Antoniani, il dj Fabo, con al suo fianco la fidanzata e il tesoriere dell’associazione Luca Coscioni Marco Cappato.