L’infodemia ai tempi della Covid-19

Infodemia: la seconda “epidemia” causata dalla Covid-19. In tempi non sospetti David J. Rothkopf, giornalista del Washington Post, aveva lanciato questo neologismo destinato a diventare molto attuale ai giorni nostri. In un suo articolo di commento sulla SARS, scritto nel 2003 e dal titolo “When the Buzz Bites Back, Rothkopf ha coniato la parola “infodemic” per descrivere la patologia che affligge chi viene sommerso da una quantità troppo alta di informazioni tanto da andare incontro ad una vera e propria indigestione mediatica. La moltitudine di notizie nella quale si trovano mischiate la buona informazione e le fake news porta alla disinformazione. Niente di più attuale se pensiamo alla difficoltà riscontrate negli ultimi due anni di pandemia nel districarsi con le informazioni relative alla Covid-19.

L’avanzata del virus è andata di pari passo con uno tsunami di disinformazione che ancora oggi, fra no-vax, negazionisti e fieri oppositori delle misure precauzionali necessarie per evitare l’aumento dei contagi, contribuisce a creare sfiducia e preoccupazione fra i cittadini.

La disinformazione è un concetto complesso che racchiude in sé diverse sfumature

In questo calderone però occorre chiarire che la disinformazione è un concetto complesso che racchiude in sé diverse sfumature. Esiste infatti la disinformazione vera e propria, intesa come intento consapevole di gettare fumo negli occhi, dando notizie false allo scopo di avvalorare le proprie tesi, ma anche la “malinformazione” e la “misinformazione”. Nel primo caso notizie vere che avrebbero dovuto restare nella sfera privata vengono diffuse per creare un danno a qualcuno. Viceversa, la misinformazione avviene quando si diffondono informazioni false senza il reale intento di disinformare ma solo perché si crede di essere in possesso della verità certificata. Quest’ultimo caso è senz’altro quello che una buona comunicazione politico-istituzionale, coordinata da esperti comunicatori e non improvvisata, può prevenire al fine di offrire ai propri cittadini le informazioni corrette a proposito dei temi legati alla salute e non solo.

I social media e la condivisione della misinformazione

Se la malinformazione è certamente la prima sorgente di disinformazione, i social media ne sono il suo mezzo principale. Secondo una ricerca a campione del Reuters Institute for the Study of Journalism, i social media sono infatti la fonte dell’88% della misinformazione circolante. Mentre sta emergendo sempre di più il grande ruolo di responsabilità di aziende come Facebook o Twitter, e in generale delle altre piattaforme social, nel veicolare e dare spazio a messaggi potenzialmente pericolosi perché falsi o ideologici, anche i sistemi di messaggistica individuale, come Whatsapp o Facebook Messenger, sono spesso veicolo di contenuti che sfuggono al controllo indiretto di terzi o dell’opinione pubblica in generale e quindi si prestano molto bene a diffondere notizie non verificate a vantaggio di questa o quella tesi. Secondo il policy brief dell’OCSE “Combatting COVID-19 disinformation on online platforms”, la portata reale della disinformazione è difficile da stimare, e lo è anche perché le ricerche suggeriscono che le persone sono propense a condividere misinformazione più di quanto credono.

Il principio di trasparenza e la manipolazione della verità scientifica

Una corretta ed efficace comunicazione pubblica è alla base dei principi dell’open government. Trasparenza, cittadinanza digitale, partecipazione dei cittadini e responsabilità sono gli obiettivi del piano d’azione nazionale 2019-2021 sottoscritto dal Ministero della Pubblica Amministrazione per creare un rapporto virtuoso, fondato sulla fiducia, fra cittadini e istituzioni. In che modo i principi dell’open government possono informare le decisioni politiche? Diverse iniziative dell’OCSE, come il documento riportato sopra e il Directorate on Science, Technology and Innovation (STI), se ne stanno occupando.

I risultati evidenziano come attorno al Coronavirus si siano diffuse molte informazioni scorrette sfruttando la situazione di incertezza in cui versa attualmente ancora la ricerca scientifica, vista la “novità” del tema.

A differenza di tanti altri casi di disinformazione diffusa, i contenuti attuali completamente inventati sono molto pochi, mentre proliferano i casi in cui fatti e dati reali vengono messi al servizio di teorie strampalate. Secondo l’analisi del Reuters Institute su un campione di contenuti falsi sulla Covid-19, il 59% di questi si basa in una certa misura su informazioni vere che sono state manipolate, mentre il 38% è interamente inventato. Ciò mina la fiducia della collettività sull’efficacia delle cure e delle misure di prevenzione proposte dai governi, che in ambito sanitario devono agire per limitare la disinformazione, incentivando la diffusione delle notizie qualificate e validate dalla scienza.

Il 59% dei contenuti falsi sulla Covid-19 si basa in certa parte su informazioni vere ma manipolate

È importante anche saper rendere riconoscibili le fonti istituzionali, in quanto spesso le fake news si nutrono di una parvenza di autorevolezza proprio dando voce a persone che si fingono esperte o attribuendo falsamente le proprie tesi a enti sanitari, rendendo meno immediato smascherarle, complice anche la perdita di fiducia generale nei media.

Secondo un’analisi OCSE condotta nel 2020 la pandemia ha inferto un ulteriore colpo alla fiducia nelle istituzioni pubbliche, crollata sensibilmente dopo la crisi finanziaria mondiale del 2008. Un’indagine Edelman sempre del 2020 ha rivelato che su dieci Paesi solo il 48% aveva fiducia nei propri governi come fonte di informazioni sul virus, mentre sembra che l’iniziale esitazione da parte dei governi nel comunicare in modo deciso le notizie riguardanti la pandemia, evitando di esprimere incertezza e incognite, abbia lasciato spazio alla diffusione della misinformazione, alla ricerca di risposte tempestive.

L’importanza di comunicare l’incertezza sta invece alla base della comunicazione scientifica, vista la sua natura transitoria e comunque legata alle scoperte via via emergenti nel panorama scientifico mondiale.

L’educazione come prevenzione alle fake news

L’aumento del consumo di clorochina e idrossiclorochina, i tentativi di danneggiare le antenne del 5G, il rifiuto dei vaccini e delle mascherine in favore di rimedi come vitamina C o iniezioni di disinfettanti, l’incredulità rispetto all’esistenza del virus di fronte all’evidenza conclamata dai fatti e dai dati, oltre che dai decessi provocati in tutto il mondo dalla pandemia. Tutti questi atteggiamenti si basano, secondo gli esperti, su alcune gravi lacune delle conoscenze di base sui temi della salute pubblica.

Lo studio del Reuters Institute suggerisce che in questo frangente pandemico “i governi non sono sempre riusciti a fornire informazioni chiare, utili e affidabili per rispondere a pressanti questioni pubbliche”. Anche per coloro che potevano vantare una cultura sanitaria medio alta, il grande volume di dati, riversati spesso acriticamente sul pubblico dai media in una situazione di comprensibile timore generalizzato per ciò che stava accadendo, ha richiesto uno sforzo di selezione notevole.

La comunicazione pubblica e politica

Dopo aver compreso i bias comportamentali e psicologici dei destinatari di un messaggio comunicativo, per i comunicatori è importante far arrivare le informazioni dai giusti canali. Questo aspetto è tanto più fondamentale soprattutto se si pensa alla fascia della popolazione più giovane, che accede alle notizie prevalentemente tramite i social media, dove è facile imbattersi in ogni cosa.

Secondo gli esperti, per contrastare in modo efficace la disinformazione che si è creata intorno alla pandemia, è necessario uno sforzo coordinato da parte di tutti gli stakeholder a patto che ci sia una leadership pubblica ben definita, capace di operare una comunicazione trasparente.

L’altro aspetto fondamentale da tenere presente è la necessità di separare il messaggio pubblico da quello politico, per evitare così che evidenze scientifiche possano finire per rappresentare il vessillo di questo o quel partito o gruppo di persone.

A livello nazionale questa necessità è tra l’altro regolata da una legge italiana sulla comunicazione delle istituzioni che prescrive espressamente la separazione fra comunicazione istituzionale e messaggio politico. È facile immaginare infatti come alcuni cittadini potrebbero sentirsi naturalmente più inclini, o meno inclini, ad accettare un messaggio che venisse percepito come politicizzato, a seconda delle proprie opinioni politiche. Così come lasciare aree scoperte per mancanza di certezze da comunicare apre la strada alle false narrazioni.

Il messaggio pubblico deve essere separato da quello politico

L’ultimo impegno dei comunicatori pubblici riguarda infine lo smentire notizie false o inaccurate che circolano sul web. Si tratta di un lavoro a parte, di grande valore nel ristabilire la correttezza delle notizie di pubblica opinione. A questo impegno è importante che prenda parte anche l’intera collettività, ma soprattutto la comunità scientifica, che con il proprio apporto individuale può molto nei confronti di un ecosistema informativo sano.

Infine, un approccio preventivo, che consiste nello smontare in anticipo le eventuali bufale o fake news facilmente prevedibili, può essere utile a sviluppare nel cittadino un senso critico sufficiente a fornirgli gli strumenti appropriati per farsi venire dei giusti dubbi quando esposto nuovamente ad informazioni non validate scientificamente.

I pericoli della sovraesposizione mediatica delle opinioni

Dall’inizio della pandemia abbiamo assistito ad una sovraesposizione mediatica di virologi, scienziati e medici esperti in malattie infettive che sono apparsi costantemente sui media per fare previsioni e dipingere scenari.

La separazione fra fatti e opinioni è alla base della buona informazione scientifica

Nonostante la mancanza di alcune evidenze scientifiche, che avrebbe dovuto invece favorire una informazione scarna, essenziale e limitata ai fatti, secondo i principi del metodo scientifico, i media si sono fatti portavoce di un coro di opinioni, spesso contraddittorie fra loro, che per quanto prevenienti da fonti autorevoli e qualificate, sono andate poi incontro a sonore smentite (pensiamo alle tante previsioni sulla seconda e la terza ondata, sbagliate dalla maggioranza dei virologi intervistati sui media). La separazione fra fatti e opinioni è invece alla base della buona informazione scientifica, così come il principio di contezza è una delle regole deontologiche che ogni giornalista dovrebbe essere chiamato a seguire.