Quanto impatta l’inquinamento sulla salute?

Ogni anno nel mondo muoiono circa 9 milioni di persone a causa dell’inquinamento. Quest’ultimo sarebbe infatti responsabile della morte di 1 persona ogni 6. A sostenerlo è uno studio pubblicato su Lancet e redatto da una commissione di esperti formatasi nel 2017 con lo scopo di indagare l’associazione tra inquinamento e salute.

Sebbene si stiano riducendo i decessi legati all’inquinamento che coinvolgono persone in condizioni di povertà estrema, stanno aumentando quelli legati all’inquinamento atmosferico in zone urbanizzate e industrializzate: il report – uscito nel maggio 2022 – ha registrato un +7% dal 2015 e un +66% dal 2000.

È sempre più chiaro che l’inquinamento è una minaccia planetaria e che le sue cause, le sue dinamiche di diffusione e i suoi effetti sulla salute trascendono i confini locali e richiedono una risposta globale

Nel documento, il pool di esperti ricorda che “È sempre più chiaro che l’inquinamento è una minaccia planetaria e che le sue cause, le sue dinamiche di diffusione e i suoi effetti sulla salute trascendono i confini locali e richiedono una risposta globale. È necessario un intervento globale su tutti i principali inquinanti moderni”.

A fine 2021 l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha diffuso le sue nuove linee guida sulla qualità dell’aria, che vedono un drastico abbassamento dei livelli di inquinanti consentiti rispetto al precedente aggiornamento, che risale al 2005. Il Pm 10 passa così da 20 a 15 microgrammi per metro cubo, il biossido di azoto da una media annuale di 40 microgrammi per metro cubo a 10, il Pm 2.5 da 10 a 5 microgrammi per metro cubo.

Rispettare questi limiti – che non sono vincolanti – è un’impresa ardua soprattutto per i Paesi in via di sviluppo, ma anche in Europa la discussione è accesa: si tratta infatti di bilanciare gli effetti dell’inquinamento sulla salute con l’impatto economico che questa decisione potrebbe comportare.

L’ultimo rapporto dell’Agenzia europea dell’Ambiente ha evidenziato come nel 2019, nell’Europa a 27, ci siano state 307.000 morti premature legate all’esposizione al Pm 2.5, 40.400 per biossido di azoto e 16.800 per l’ozono.

Con lo Zero Pollution Action Plan, la Commissione europea si è proposta, tra le altre cose, di ridurre, entro il 2030, il 55% delle morti premature legate all’inquinamento atmosferico rispetto ai livelli del 2005.

La situazione in Italia

L’Italia è stata al centro di molti studi sull’inquinamento atmosferico, a partire dagli anni ‘90 con il Misa-1, ampliato poi dal Misa-2. Entrambi hanno indagato gli effetti a breve termine dell’inquinamento sulla salute. I progetti europei Escape e Elapse, cui il nostro Paese ha preso parte, hanno invece approfondito rispettivamente gli effetti a lungo termine sulla salute e quelli legati alle basse concentrazioni di sostanze inquinanti.

Nel 2018 l’Italia è stata il primo Paese in Europa per numero di morti premature legate all’esposizione a ossidi di azoto e ozono e il secondo per quelle legate al particolato.

Recentemente, il progetto Beep è riuscito a costruire, grazie ai big data e ai dati satellitari, mappe di concentrazione degli inquinanti atmosferici su scala nazionale, potendo analizzare così le concentrazioni anche nelle aree sub-urbane e in quelle rurali. In questo modo, per la prima volta, i dati non sono basati solo sulle centraline di monitoraggio (collocate principalmente nelle città o nelle aree più inquinate), ma si riferiscono all’intero territorio italiano.

I risultati hanno evidenziato che l’inquinamento atmosferico e le temperature estreme hanno chiari effetti a breve termine sulla salute della popolazione generale, non solo nelle aree urbane ma anche in quelle più periferiche.

Massimo Stafoggia“I dati satellitari, frutto della collaborazione con Ispra, Nasa e università di Harvard, ci permettono di ottenere un modello che, per ogni chilometro quadrato di superficie, misura le concentrazioni di alcuni inquinanti e la temperatura”, afferma Massimo Stafoggia del Dipartimento di Epidemiologia Ssr Lazio (Asl Roma 1).

Stafoggia è il co-resposabile scientifico dello studio Bigepi, attualmente in corso. Si tratta della naturale prosecuzione di Beep: in questo caso i ricercatori, a partire dalle mappe sull’inquinamento e sulle temperature, vogliono valutare nuovi aspetti correlati ai rischi dovuti all’esposizione di breve e lungo periodo all’inquinamento atmosferico e alla temperatura dell’aria nella popolazione generale, in termini di effetti su mortalità e ricoveri ospedalieri causa-specifica, presenza di malattie e sintomi respiratori.

Sono cinque gli aspetti da valutare entro marzo 2023: “Sui primi due abbiamo finalizzato le analisi e sottomesso una pubblicazione, mentre per gli ultimi tre siamo ancora nella fase di analisi dei dati – afferma Sara Maio, responsabile del progetto. Il primo obiettivo è stato valutare gli effetti a breve termine dell’inquinamento atmosferico sulla mortalità per varie cause (non più solo respiratorie, ma anche metaboliche, cardiovascolari, nervose…) e si è visto come l’inquinamento e le alte temperature aumentino il rischio di mortalità per molte di queste cause, anche nelle zone più periferiche”.

Sara MaioIl secondo aspetto analizzato riguarda i Sin, i siti di interesse nazionale, per capire se c’è un’interazione tra l’esposizione all’inquinamento atmosferico e le zone già impattate dal punto di vista dell’inquinamento per la presenza di grandi siti industriali.

Il terzo punto è invece un lavoro di coorte sugli effetti a lungo termine dell’inquinamento atmosferico, a partire dai dati di mortalità, ospedalizzazione, e dai fattori di confondimento che possono essere lo stato socio-economico o gli aspetti demografici in sei città italiane (Roma, Bologna, Torino, Siracusa, Brindisi e Taranto).

“I fattori di confondimento sono molto importanti quando andiamo a condurre un’analisi per capire qual è l’associazione tra ambiente e salute – rileva Maio – Ancora non abbiamo risultati completi, ma le stime confermano quest’associazione”.

Il quarto aspetto su cui stanno lavorando i ricercatori riguarda le informazioni provenienti da studi epidemiologici analitici, dove sono stati somministrati questionari che contengono anche informazioni sui fattori di rischio individuali (come fumo di sigaretta, fumo passivo, Bmi…). “In questo caso non ci interessa guardare solo a mortalità e ricoveri, che rappresentano la punta dell’iceberg, ma vogliamo analizzare anche i sintomi di malattia, soprattutto quelli di tipo respiratorio, e le diagnosi per allergie, asma, Bpco…”, continua Maio.

Questi dati riguardano otto città italiane distribuite sull’intero territorio nazionale: Pisa, Verona, Pavia, Torino, Sassari, Palermo, Terni e Ancona. “Stiamo osservando importanti risultati sulle allergie – anticipa la responsabile – In questi ultimi anni stanno aumentando tantissimo e si pensa che uno dei fattori possa essere proprio l’inquinamento atmosferico, non soltanto l’aspetto genetico. La presenza di sintomi allergici sembra fortemente associata alla presenza di inquinamento atmosferico”.

Infine, l’ultimo punto si concentra sull’esposizione occupazionale, cioè sull’esposizione all’inquinamento durante lo svolgimento di alcune mansioni lavorative. “Vogliamo capire se c’è un’interazione tra questa e l’esposizione ambientale e come ciò possa determinare lo sviluppo di patologie professionali nella popolazione”. In altre parole, studiare se l’esposizione occupazionale si possa sommare a quella ambientale e avere effetti sulla salute.

Gli effetti dell’inquinamento sulla salute sono confermati, sono forti e soprattutto sono presenti anche in aree geografiche non studiate in precedenza

“Quello che possiamo anticipare è che gli effetti dell’inquinamento sulla salute sono confermati, sono forti e soprattutto sono presenti anche in aree geografiche precedentemente non studiate – riassume Stafoggia – Di questo occorre tenere conto quando si ragiona della popolazione che abita in queste zone: queste persone potrebbero avere un profilo di vulnerabilità non sufficientemente indagato”.

Se è vero che i livelli di inquinamento in aree sub-urbane o rurali sono più bassi rispetto alle città, occorre considerare anche altri elementi, come la facilità di accesso ai servizi sanitari, lo stato socio-economico e altri fattori, che in quelle aree geografiche possono essere più limitati.

Quantificare i costi

Conoscere l’impatto dell’inquinamento sull’economia potrebbe essere il primo passo per prendere decisioni consapevoli sul suo contrasto. I 9 milioni di morti all’anno stimati dalla Commissione di esperti di Lancet sono molti di più di quelli che ha ucciso il Covid: secondo l’Onu, a febbraio 2022, erano circa 5,9 milioni i decessi riconducibili a CoV-Sars2.

I dati più recenti parlano di un costo tra i 277 e i 433 miliardi di euro in Europa (dati relativi al 2017 e provenienti dall’Agenzia europea dell’Ambiente), considerando solo le emissioni industriali. Si tratta di una percentuale variabile tra il 2 e il 3% dell’Europa.

Ridurre le emissioni, inoltre, potrebbe aiutarci a combattere meglio le epidemie: esistono infatti evidenze crescenti che mostrano come l’inquinamento atmosferico sia legato alle malattie infettive.

Il report di Greenpeace “Aria tossica: il costo dei combustibili fossili” uscito nel 2020 ha evidenziato come l’inquinamento atmosferico causato dalla combustione di carbone, petrolio e gas costi al mondo 2.900 miliardi di dollari all’anno, pari al 3,3% del Pil globale. L’esposizione al Pm 2.5 generato da combustibili fossili sarebbe collegata a circa 1,8 miliardi di giorni di assenza dal lavoro per malattia, con una conseguente perdita economica annua pari a circa 101 miliardi di dollari (ogni anno a livello globale).

Per l’Italia si stima un costo legato all’inquinamento atmosferico da combustibili fossili pari a circa 61 miliardi di dollari ogni anno, con circa 56mila morti premature riconducibili alla stessa causa

Per l’Italia si stima un costo legato all’inquinamento atmosferico da combustibili fossili pari a circa 61 miliardi di dollari ogni anno, con circa 56mila morti premature riconducibili alla stessa causa (dati riferiti al 2018).

Una delle soluzioni proposte a livello mondiale per mitigare il problema dell’inquinamento atmosferico e il suo impatto è predisporre delle politiche che seguano l’approccio One Health. Integrare la salute umana, animale e l’attenzione per l’ambiente è un obiettivo che le società occidentali hanno da molto tempo, ma, nonostante questo, resta difficile da raggiungere.

L’approccio One Health è stato teorizzato per la prima volta nel 1978. Il Pnrr ha ripreso il concetto e ha stanziato delle risorse per attuarlo nella pratica. Saranno a disposizione 21 milioni di euro, che andranno a finanziare 14 progetti che puntino a unire salute, ambiente, biodiversità e clima. L’inquinamento dell’aria (interna e esterna) è tra le priorità individuate per il sistema sanitario.

La direzione sembra imboccata: anche il Piano strategico 2021-2023 dell’Istituto Superiore di Sanità si propone di accelerare questo processo rafforzando la componente multidisciplinare della sanità.