Dalla pandemia una spinta alla medicina di genere

La pandemia di Covid-19 uccide tre uomini contro una sola donna: una nuova conferma del fatto che è importante conoscere e tenere in considerazione le diverse caratteristiche degli individui, a partire dal sesso. Così l’emergenza Covid-19 dà un nuovo impulso alla medicina di genere. Facciamo il punto con Silvia De Francia, ricercatrice in Farmacologia all’Università degli Studi di Torino, autrice de “La medicina delle differenze. Storie di donne, uomini e discriminazioni” (Neos Edizioni, 2020), e con Eleonora Franzini Tibaldeo, laureata con una tesi sulle conoscenze della medicina di genere e gli stereotipi tra gli studenti di Medicina, basata sul primo studio in Italia su questa tematica.

Il sesso non è l’unico fattore in gioco

“La medicina di genere è un approccio di cura multidisciplinare, che pone l’attenzione sull’influenza che il sesso e il genere possono avere sull’andamento delle patologie e sulla risposta ai trattamenti da parte delle persone – spiega De Francia -. Si tratta quindi di una cura non tanto delle malattie ma delle persone, che tiene conto di tutte le variabili da cui sono caratterizzate, a partire dai fatti biologici come il corredo genetico”.

Non si tratta di una medicina sesso-specifica, che porta a curare la popolazione in base ai soli criteri uomo, donna o genderfluid, ma di considerare il genere come costrutto molto poliedrico: “Il sesso risponde alla domanda su come nasciamo, il genere a come diventiamo nel corso della vita: è influenzato dall’ambiente, da luogo in cui siamo nati e in cui cresciamo, dall’accesso alle cure, dall’inquinamento e perfino da altri fattori come il livello d’istruzione”, afferma la ricercatrice.

In Italia un Piano e un Osservatorio dedicati

Prima in Europa, l’Italia, nel giugno del 2019, ha varato un Piano per l’applicazione e la diffusione della Medicina di Genere, che vincola gli operatori ad attuare un protocollo genere-specifico, cioè a predisporre le terapie nel modo più adeguato alla persona che ci si trova di fronte. Inoltre con il Piano è stato istituito presso l’Istituto Superiore di Sanità un Osservatorio sulla medicina di genere con la finalità di monitorare l’attuazione delle azioni di promozione, applicazione e sostegno alla medicina di genere.

La medicina di genere non è solo per le donne

Per lungo tempo lo studio delle malattie e la sperimentazione dei farmaci si è svolta sulla popolazione maschile, che consentiva di consegnare risultati più omogenei e interpretabili in modo univoco e semplice: le donne sono infatti per natura portatrici di grande variabilità ormonale. Ma il punto, con la medicina di genere, non è né femminista né esclusivamente femminile: “Un esempio di discriminazione ‘al contrario’ è che ogni anno in Italia vengono diagnosticati più di mille nuovi tumori alla mammella in uomini – dice Di Francia -. Per loro la malattia ha una prognosi peggiore che per le donne, sulle quali, essendo assai più frequente, è stata oggetto di approfonditi studi negli anni. Inoltre i maschi quasi non sanno della possibilità di ammalarsi alla ghiandola mammaria, di solito non si sottopongono alla mammografia e non sono invitati agli screening”.

Per tumori alla mammella e osteoporosi negli uomini
sono disponibili meno dati

Che la gran parte degli studi avvenga sulla popolazione più colpita è del tutto normale, ma è importante prendere consapevolezza anche delle altre variabili.

“Altri esempi sono le patologie cardiovascolari, considerate per tradizione ‘maschili’, o la depressione, che è stata studiata maggiormente sulle donne anche se in realtà è tra gli uomini con questa diagnosi che il numero di suicidi è più alto. Ancora, si può parlare dell’osteoporosi nell’uomo, che si manifesta con una decina d’anni di ritardo rispetto alle donne, in cui arriva insieme alla menopausa, ma aumenta notevolmente le probabilità di frattura del femore o dell’anca dopo una caduta”.

La Covid-19 e l’importanza della medicina di genere

Una spinta alla medicina di genere è arrivata proprio dalla pandemia. “La Covid-19 colpiva all’inizio maggiormente gli uomini, mentre ora l’incidenza si è pressoché parificata, ma la letalità continua a essere di gran lunga a sfavore degli uomini: in base ai dati disponibili, il rapporto è di tre a uno – spiega De Francia -. Pur nella drammaticità del momento, la necessità di comprendere le ragioni di questo sbilanciamento ha dato un notevole impulso alla medicina di genere”.

Ci sono altre vie per migliorare? “La formazione. È necessario che questi argomenti vengano trattati e approfonditi nei corsi, in modo che non rimangano lasciati alla sensibilità di ciascun medico ma presi in considerazione in modo sistematico nelle terapie, come previsto dal Piano nazionale”.

A Torino il primo studio sugli stereotipi tra gli studenti di medicina

Il Dipartimento di Sanità Pubblica dell’Università di Torino, nel secondo semestre dell’anno accademico 2019/2020, ha condotto, sotto la guida del professor Fabrizio Bert, un’indagine tra gli studenti di Medicina, con l’obiettivo di studiare le loro conoscenze sulla medicina di genere, analizzare le attitudini e le esperienze formative e individuare la presenza di eventuali stereotipi di genere nei confronti sia del paziente che del medico.

“Sappiamo che gli stereotipi purtroppo possono causare problemi nell’obiettività nella diagnosi, e di conseguenza ritardi nelle terapie, con esisti anche infausti – spiega Eleonora Franzini Tibaldeo, che con una tesi dedicata allo studio si è da poco laureata -. Si è deciso di coinvolgere gli studenti del quinto e del sesto anno perché sono al termine del percorso di studi e hanno dunque affrontato la maggior parte delle cliniche, sia in aula che durante i tirocini in reparto”.

Dallo studio, condotto con la metodologia Computer Assisted Web Interview (Cawi) coinvolgendo 430 studenti, è emerso che la conoscenza generale sulla medicina di genere è mediamente buona, anche se inferiore al confronto con i risultati ottenuti con quelli di studi analoghi eseguiti in altre parti del mondo (Norvegia, Svezia, Stati Uniti).

Gli studenti maschi evidenziano una maggiore presenza di pensieri stereotipati sui medici

“L’indagine è stata condotta su una popolazione molto probabilmente già sensibilizzata sull’argomento – precisa Franzini Tibaldeo -. Inoltre si tratta del primo studio sul tema condotto in Italia: sarà necessario che ne seguano altri per confermare le risultanze”.

Scendendo nel dettaglio degli esiti della ricerca in via di pubblicazione, emerge una netta differenza fra uomini e donne: “I maschi evidenziano minore sensibilità sulla questione del genere e una maggiore presenza di pensieri stereotipati soprattutto nei confronti dei medici – afferma la dottoressa -. In concreto, è diffusa tra gli studenti l’idea che i medici maschi pongano eccessiva enfasi sugli aspetti tecnici della medicina o che siano troppo frettolosi rispetto alle donne, oppure che siano più efficienti e in grado di affrontare il lavoro; d’altro canto, si tende a considerare le donne più empatiche o troppo coinvolte emotivamente con i loro pazienti”.

Il ruolo centrale del tutor e della formazione

“Dallo studio è emerso il ruolo fondamentale del tutor sia nell’aumentare la sensibilità di genere, che, al contrario, nell’accrescere il pensiero stereotipato nei confronti dei medici e dei pazienti”, commenta Franzini Tibaldeo. Proprio nella formazione i ricercatori vedono l’opportunità di colmare il gap con gli altri Paesi: “È necessario implementare, durante le lezioni curriculari, le conoscenze della medicina di genere, e cercare di arginare i pensieri stereotipati, poiché spesso sono fuorvianti nella diagnosi e nella terapia e non hanno fondamento scientifico. La medicina di genere è fondamentale per preparare al meglio i giovani medici alla sfida del terzo millennio: la patient tailored medicine, ossia una medicina sartoriale e più equa”.