L’ospedale del futuro, istruzioni per l’uso

Correva l’anno 2000 quando Umberto Veronesi, allora ministro della Sanità del Governo Amato II formava una commissione di esperti con a capo Renzo Piano. Obiettivo: riprogettare gli ospedali italiani con criteri più moderni e uniformi a livello nazionale. Da quella riflessione scaturì un decalogo di principi che vanno dall’umanizzazione delle strutture alla loro sicurezza che per molti versi è valido ancora oggi.

A 22 anni di distanza, tuttavia, i dati sull’edilizia ospedaliera non sono confortanti: oltre il 50% del patrimonio immobiliare non è adeguato ai modelli organizzativi, gestionali e sanitari contemporanei. Inoltre, più del 70% degli ospedali italiani è in attività da oltre cinquant’anni, finestra temporale considerata come ciclo di vita ottimale per una struttura sanitaria.

Questi dati sono vecchi – risalgono rispettivamente al 2017 e al 2012 – e ad oggi manca un censimento aggiornato del patrimonio immobiliare ospedaliero a livello regionale. Stefano Capolongo“Spesso è complicato ottenere questo genere di informazioni addirittura dall’ospedale stesso”, afferma Stefano Capolongo, direttore del Dipartimento di Architettura, Ingegneria delle costruzioni e Ambiente costruito del Politecnico di Milano e neo-direttore del Centro nazionale per l’edilizia e la tecnica ospedaliera (Cneto).

“L’edilizia ospedaliera è regolata dalle norme generali sulle costruzioni, cui si aggiungono i requisiti di accreditamento nazionali che poi le regioni fanno propri aggiungendone di ulteriori, laddove lo ritengano necessario – ricorda Capolongo – In realtà si tratta di caratteristiche ormai datate e che non rispondono al concetto assistenziale e di centralità delle cure contemporanei”.

Il Martini Hospital a Groningen, in Olanda, è tra i modelli ai quali i progettisti guardano con interesse: “È ritenuto uno degli ospedali più flessibili al mondo – afferma Capolongo –: oltre a poter riconfigurare velocemente lo spazio, trascorso il suo ciclo di vita viene completamente smontato e l’area può essere utilizzata per una nuova costruzione”. Questo perché riadattare l’esistente spesso è più complesso che costruire ex novo. Tanto vale quindi smaltire la vecchia struttura e pensare a una più moderna”.

Oggi nel nostro Paese c’è un un progetto ispirato a quello di Veronesi e Piano: “A fine febbraio è partita quella che in gergo si chiama Jrp, una Joint Research Platform dedicata all’infrastruttura sanitaria – prosegue l’architetto – Si tratta di un progetto molto ambizioso, un centro di ricerca promosso dal Politecnico per studiare un modello di ospedale che guardi al futuro. L’idea è quella di creare un modello condiviso tra i vari attori: progettisti, policy maker, istituzioni, aziende”.  Tutti insieme per pensare all’ospedale 4.0.

L’esperienza bergamasca

Tra gli ospedali più recenti che abbiamo in Italia c’è il Papa Giovanni XXIII di Bergamo, inaugurato nel dicembre 2012.

Ha 1.024 posti letto, di cui 88 di area critica (80 di questi di terapia intensiva) e 167 tecnici (per effettuare per esempio la dialisi). È composto da sette torri di cinque piani ciascuna, collegate tra loro da quella che viene chiamata street, una grande strada ai cui lati si aprono gli ingressi agli ambulatori, numerati come se ci si trovasse in una via cittadina: da una parte le cifre pari, sul lato opposto quelle dispari.

La sua superficie complessiva è di 320.000 metri quadri, ha una delle rianimazioni più grandi d’Europa, possiede 36 sale operatorie e 8 sale travaglio.

“L’ospedale è stato costruito con logiche profondamente innovative, non solo per quanto riguarda l’edificio in sé, ma anche la sua collocazione – spiega Maria Beatrice StasiMaria Beatrice Stasi, direttore generale della struttura – Si trova infatti all’interno di un parco, con una strada che collega tutte le torri e i servizi. Inoltre, è portatore di concezioni tecnologiche innovative, dai trasporti alla logistica, che lo rendono un ospedale davvero moderno”.

Tra i punti a favore della progettazione, anche il riutilizzo della vecchia struttura: “Tra le criticità poco esplorate che emergono quando si sposta una struttura sanitaria c’è la destinazione d’uso dei vecchi spazi – ricorda Stasi – Nel nostro caso, gli edifici che componevano gli Ospedali Riuniti sono stati acquisiti dall’Accademia della Guardia di Finanza e recentemente è stata inaugurata l’Accademia dove verranno formati i futuri ufficiali. Credo si tratti di un esempio molto bello di recupero degli spazi”.

Bergamo è stata tra le aree più colpite al mondo dalla pandemia di Covid-19. Nonostante questo, “durante la seconda ondata il Papa Giovanni è riuscito a garantire l’80% della chirurgia programmata e abbiamo continuato i trapianti – rende noto Stasi – Tutto questo è stato possibile anche grazie a questa struttura moderna”.

La concezione del Papa Giovanni si basa su una versione rivisitata dell’ospedale a padiglioni ottocentesco: a Bergamo questi sono spariti, lasciando spazio alle più moderne torri. “Nel periodo pre-pandemico ciascuna aveva una destinazione precisa: c’era quella dedicata alla Pediatria, quella per i Servizi cardiovascolari, quella della Psichiatria – prosegue il direttore generale – Al piano terra avevamo gli ambulatori, specialistici, poi tre piani di degenza e infine all’ultimo piano lo spazio era dedicato agli studi medici e ad altri uffici. Il Covid ci ha spinto a modificare questo assetto per via del gran numero di persone ricoverate. La struttura a torri, però, ci ha permesso, al di là della prima ondata, di continuare a gestire i pazienti con le altre patologie”.

La pandemia ha evidenziato la necessità di avere una torre in più, dedicata ai pazienti più fragili, gli onco-ematologici: “Il progetto è già stato individuato da Regione Lombardia tra quelli finanziabili. Speriamo si possa iniziare presto la progettazione”, auspica il direttore generale.

L’auditorium da 500 posti utilizzato per gli eventi scientifici durante l’emergenza è tornato utile per formare il personale medico: “Fortunatamente avevamo questo spazio in cui abbiamo potuto organizzare, rispettando il distanziamento, corsi di formazione per medici e infermieri, per permettere agli specialisti di trattare un paziente Covid. In questi anni abbiamo ricoverato 5.500 persone per Covid, di cui 2.700 solo durante la prima ondata. Di queste, almeno 1.000 hanno passato almeno un giorno in terapia intensiva”.

In pochi hanno avuto il privilegio di affrontare la pandemia in uno spazio moderno. Farlo a Bergamo ha permesso di individuare alcune caratteristiche che le strutture dovrebbero avere: “Prima di tutto la sicurezza – afferma Stasi –, intesa sia in termini logistici, con strutture modulabili, ma anche per quanto riguarda i processi operativi, come per esempio i sistemi di riconoscimento dei pazienti per le sacche di sangue”.

L’ospedale 4.0 deve essere tecnologico: “Oggi abbiamo a disposizione tecnologie davvero rivoluzionarie, ma devono essere affidate a ospedali che siano in grado di usarle in modo adeguato, sia in termini di preparazione dei professionisti, sia in termini di utilizzo pieno dei dispositivi. Servono professionalità e policy altamente consolidate”

L’ospedale 4.0, poi, deve essere tecnologico: “Oggi abbiamo a disposizione tecnologie davvero rivoluzionarie, ma devono essere affidate a ospedali che siano in grado di usarle in modo adeguato, sia in termini di preparazione dei professionisti, sia in termini di utilizzo pieno dei dispositivi. Per ottenere tutto questo, servono professionalità e policy altamente consolidate”.

Infine, la flessibilità: durante la pandemia il Papa Giovanni ha gestito, oltre all’ospedale della Val Brembana, anche la struttura temporanea in località Fiera, che è stata operativa per 16 mesi: “Lì sono confluiti molti dei volontari e dei contingenti medici stranieri, che abbiamo dovuto formare e con i quali abbiamo condiviso i nostri protocolli. La pandemia ci ha insegnato che dobbiamo uscire dai mansionari, dall’iper specialità, a volte addirittura dall’ospedale, come successo a noi in Fiera”.

Per il direttore generale durante l’emergenza “chi ha risposto meglio è chi è riuscito a costruire una struttura a testuggine, coinvolgendo tutti, formandoli e convincendoli del percorso che bisognava fare insieme, andando oltre le singole specialità. A questo si unisce il poter creare percorsi adeguati all’interno dell’ospedale. Noi abbiamo avuto la fortuna di avere anche un ospedale strutturalmente adeguato, che abbiamo potuto adattare alla nuova organizzazione e non viceversa”.

Un ospedale contemporaneo

“L’esperienza Covid non ha fatto altro che accelerare alcuni processi e tecnologie che già conoscevamo – afferma Capolongo – I nostri ospedali, soprattutto durante la prima ondata, si sono dedicarti per il 90% al Covid, dimenticandosi tutte le altre patologie, che hanno continuato a esserci. Il nostro obiettivo è far sì che questo non accada più in futuro”.

Per l’esperto sono due le caratteristiche che un ospedale contemporaneo deve avere: flessibilità e resilienza. Per portarle nella pratica, tuttavia, occorre elaborare e consolidare una strategia precisa, da applicare ogni volta che si inizia a pensare a un nuovo ospedale.

“Prima di tutto la localizzazione – inizia l’architetto – La struttura deve essere accessibile, sia geograficamente sia da un punto di vista digitale. Il luogo nel quale si decide di collocare un ospedale è importante per poter creare delle zone cuscinetto o degli ingressi dedicati”. La struttura deve potersi trasformare, anche crescendo laddove necessario. Un po’ come è successo, in modo un po’ improvvisato e senza i materiali ottimali, con le tende montate davanti a molti ospedali italiani durante le varie ondate della pandemia.

Oggi per costruire un ospedale si impiegano mediamente dieci anni: un tempo giudicato troppo lungo. “Dal punto di vista delle tecniche costruttive, si deve far ricorso all’assemblaggio a secco e a materiali che permettano di riconfigurare velocemente gli spazi”. L’assemblaggio a secco prevede l’utilizzo di materiali prefabbricati e privi di acqua: in questo modo non occorre aspettare l’asciugatura e le strutture sono più leggere e flessibili. No a cemento e calcestruzzo, sì a cartongesso e metalli. “Esistono per esempio pannelli metallici rivestiti in pvc e calamitati tra di loro. In questo modo le pareti si possono spostare velocemente al bisogno”.

E poi gli impianti: impensabile dover bloccare delle aree dell’ospedale per un malfunzionamento. “Occorre creare spazi sia orizzontali che verticali dedicati al solo passaggio degli impianti, in modo che non interferiscano con la struttura – prosegue Capolongo – Oggi si possono per esempio costruire dei building dedicati e affiancati agli ospedali. In questo modo si ha un edificio parallelo accanto alla struttura principale, che si sviluppa in verticale e che poi si connette all’ospedale attraverso i vari controsoffitti. L’implementazione e la manutenzione degli impianti possono essere svolte in maniera autonoma rispetto all’ospedale”.

E infine la questione energetica, un tema caldissimo, non solo nell’edilizia ospedaliera. Lo stesso Pnrr parla di un “ospedale sicuro e sostenibile”, ma non è chiarissimo come si possa raggiungere questo obiettivo. “Gli ospedali sono organismi edilizi complessi, una sorta di città nelle città che funzionano 24 ore al giorno – premette Capolongo – In termini tecnici si parla di sistemi energivori, che “mangiano” energia. Tuttavia, non mancano gli sprechi, a partire per esempio dall’illuminazione. Oggi si lavora molto sulla sostenibilità dell’ospedale in termini di isolamento termico e di produzione dell’energia. Una buona pratica, seppur ormai datata, è quella messa in campo dall’ospedale pediatrico Meyer di Firenze, che ha avviato un monitoraggio dei dati energetici grazie a un progetto europeo”.

Tra gli intervisti previsti, si è pensato di portare il più possibile la luce naturale dentro l’ospedale, oppure prevedere un sistema fotovoltaico per produrre energia. “Si tratta di interventi importanti che, come nel caso della luce naturale, possono portare un beneficio anche alle persone, oltre che un risparmio energetico – ragiona Capolongo – Ecco, credo che in futuro si dovrebbe andare in direzioni simili”.

Credo che dovremmo prendere la struttura a padiglioni e traslarla in un ospedale monoblocco, suddiviso per nuclei funzionali, indipendenti ma compatti

Infine, Capolongo non è convinto che i padiglioni siano l’opzione migliore: “Sono una struttura utile per fronteggiare le malattie infettive – premette –: a questo scopo hanno funzionato bene nell’ottocento e durante il Covid. Il problema è tutto il resto, che va gestito comunque al meglio. Credo che dovremmo prendere la struttura a padiglioni e traslarla in un ospedale monoblocco, suddiviso per nuclei funzionali, indipendenti ma compatti. Serve un’organizzazione dello spazio per modelli di intensità di cura, per patologia d’organo, per dipartimenti. In questo modo, un paziente che ha bisogno di una Tac, non deve essere spostato da un padiglione all’altro, per esempio. Così avremo un ospedale davvero contemporaneo”.