Piattaforma nazionale di telemedicina: la tecnologia da sola non basta

Come sarà la Piattaforma nazionale di telemedicina? Qual è il ruolo di Agenas? Quali sono le prossime tappe e scadenze e cosa ne pensa chi ha già intrapreso un percorso in questa direzione? Il punto con Girolama De Gennaro, referente Telemedicina Asl Foggia, e Francesco Enrichens, Project Manager PonGov Cronicità–Agenas

La Piattaforma nazionale di Telemedicina, uno dei più ambiziosi tra i principali progetti in ambito di sanità digitale. Infatti, oltre alla funzione di governance e validazione delle varie soluzioni, dovrà gestire l’applicazione delle regole comuni di workflow clinico, delle codifiche e degli standard terminologici, e di valutazione dei risultati.

Abbiamo fatto il punto sul progetto in occasione della Live Telemedicina: verso la piattaforma nazionale con Francesco Enrichens, Project Manager PonGov CronicitàAgenas, e Girolama De Gennaro, Referente Telemedicina Asl Foggia. L’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (Agenas) è infatti l’attore principale del processo (insieme Ministero della Salute e Ministero dell’Innovazione e della Trasformazione Digitale), mentre la Puglia è tra le Regioni che guidano lo sviluppo dei piani nazionali in quest’ambito.

 

Punto di partenza per il dibattito: i risultati dei sondaggi condotti tra i nostri lettori nelle settimane precedenti.

sondaggio 1 telemedicina

Alla domanda su quale sia la principale criticità in ambito di telemedicina nel nostro Paese, emerge come primo problema quello delle disomogenità territoriali con il 34%, seguito da scarse competenze e carenza di infrastrutture (banda larga) entrambi con il 24%; da ultimo gli ostacoli culturali (17%).

sondaggio 2 telemedicina

Quanto agli ambiti in cui e più necessaria la piattaforma, a farla la padrone è la cronicità con il 58%. Seguono territori estesi con grandi distanze dai centri urbani con il 25%, e, staccati, malattie rare e ambito oncologico, rispettivamente con il 9 e il 7%.

“Agenas ha condotto un censimento delle esperienze europee e nazionali, che sono ben 282 ma sono concentrate in alcune regioni – commenta Enrichens -. La disomogeneità e la dislocazione solo certe aree geografiche è da condividere, così come la necessità della presa in carico della fragilità e della cronicità, ma non è trascurare l’importanza del ragionamento sulle malattie rare, che spesso richiedono di gestire in tempo reale il bisogno di scambiare informazioni da e con il paziente da parte di centri a volte anche molto distanti. Il tema delle piccole isole e delle zone montane è storico nell’uso della telemedicina. Ma la disomogeneità e l’ancora scarsa applicazione del Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) e la frammentazione delle esperienze di telemedicina sono stati i veri e propri motori che hanno portato Agenas a diventare agenzia digitale”.

Non è tutto, sottolinea De Gennaro: “Tra le criticità che ci troviamo ad affrontare ogni giorno c’è la gestione della privacy e della sicurezza dei dati del paziente alla luce della normativa italiana ed europea. E tra gli ambiti in cui la telemedicina può svolgere un ruolo centrale, dobbiamo aggiungere anche la medicina penitenziaria”.

Agenas come agenzia digitale e il progetto di telemedicina della Regione Puglia

Qual è il ruolo di Agenas e quali obiettivi? “Le difficoltà che abbiamo vissuto, quello che possiamo definire “turbo” che ha messo l’esperienza Covid nell’uso di determinate tecnologie, la condivisione di buone pratiche e la creazione di una comunità di pratica hanno portato a individuare necessariamente Agenas come soggetto attuatore della Piattaforma di telemedicina, ma non solo. Questo è già partito, è già stato fatto un bando e sono in atto una serie di procedure ma in realtà non ci si è fermati qui – spiega Enrichens -. Il finanziamento di un miliardo per attivare la telemedicina ovvero erogare servizi digitali sulla base di un’infrastruttura ma anche la raccolta di tutta la conoscenza clinica degli assistiti e la messa a disposizione e la creazione di piattaforme definite minimali ma non tanto minimali a livello regionale; tutto questo è stato avviato correttamente e anche abbastanza rapidamente ma non ci si ferma qui. Agenas è diventata agenzia digitale, che significa predisporre, pubblicare e aggiornare, previa approvazione da parte del Ministero della Salute, di raccolte e interscambio dei dati sanitari, monitoraggio e attuazione delle linee guida, promozione della realizzazione di servizi basati sui dati destinati agli assistiti, certificare le soluzioni delle buone pratiche, gestione della Piattaforma nazionale di telemedicina, supporto al Ministero della Salute per la valutazione delle richieste di terzi per finalità anche di ricerca, sostegno alla cabina del Nuovo sistema informativo sanitario – Nsis e un aggiornamento periodico delle tariffe della telemedicina, che non è un elemento di secondaria importanza. Stiamo guardando anche oltre, come descritto nell’ultimo numero di Monitor, con un’apertura importante sull’Intelligenza Artificiale che è un po’ il futuro di questi temi”.

Puglia e Lombardia sono state individuate come regioni apripista per lo sviluppo della Piattaforma nazionale di telemedicina

In questo contesto, Puglia e Lombardia sono state individuate come regioni apripista per lo sviluppo della Piattaforma nazionale di telemedicina. “Una sfida e un riconoscimento al lavoro della nostra regione nell’ambito della sanità digitale, dove di recente è nata la prima Centrale regionale operativa di telemedicina, sviluppata dall’Agenzia Regionale per la Salute e il Sociale (Aress Puglia), COReHealth – dichiara De Gennaro -. L’ASL di Foggia si sta muovendo in stretta sinergia con le indicazioni del Dipartimento regionale per la promozione della salute e dell’Aress che ha questa delega da parte della Regione. Sulla scorta dell’importante esperienza maturata durante l’emergenza sanitaria, che ci ha permesso di assistere oltre 2mila pazienti Covid positivi a domicilio con il coordinamento della Centrale Ooperativa Territoriale (COT), dell’infermieristica di famiglia e l’uso dei dispositivi di telemedicina, attualmente stiamo incrementando queste attività in collaborazione con l’Agenzia regionale in ambito sia assistenziale che di promozione degli stili di vita in particolare per la prevenzione delle malattie croniche e delle loro complicanze  con il progetto Gatekeeper che oggi vede coinvolte tutte le Aziende della Regione. La Regione Puglia sta inoltre avviando un processo di disseminazione culturale della sanità digitale con un percorso formativo per gli operatori del settore in collaborazione con il Politecnico di Milano, e con partner privati sta organizzando degli eventi di Academy di telemedicina. A questi si aggiungo altri settori che come ASL Foggia stiamo ampliando per facilitare l’accesso alle cure per tutti i cittadini in condizioni di fragilità dal punto di vista sanitario e sociale in ogni setting assistenziale: telecardiologia, telepneumologia e telepsichiatria, quest’ultimo settore molto delicato in cui cerchiamo di colmare carenza degli specialisti con il teleconsulto e le visite di controllo a distanza”.

La tecnologia da sola non basta

Per arrivare alla piattaforma e più in generale a una vera digitalizzazione della sanità, però, la strada è ancora lunga. “C’è una serie di obblighi e tappe forzate – dice Enrichens -. La prima è il tema della privacy e della protezione dei dati, che nel nostro Paese ha parecchi vincoli che hanno messo in difficoltà alcune regioni. Di sicuro la norma non è così facilmente elastica da permettere un approccio velocizzato; ci si sta lavorando, sia a livello ministeriale che di Agenas.

Non solo la telemedicina ma anche la multidisciplinarietà e l’approccio sistemico durante il Covid hanno dato dimostrazione di essere possibili e imprescindibili

L’altro snodo fondamentale è l’implementazione del FSE, che si aggancia anche al primo argomento. L’80% delle regioni non ha ancora il 50% dei documenti caricati sul Fascicolo, c’è frammentazione delle iniziative e c’è un basso liv di integrazione, per non parlare dei flussi relativi al sociale, che esistono ma si devono integrare. Non è una criticità, ma un elemento che ci deve spronare a lavorare sempre di più e a eliminare barriere e steccati per arrivare a operare insieme anche tra soggetti che sono compagni di viaggio ma spesso non dialogano quanto sarebbe necessario. Non solo la telemedicina ma anche la multidisciplinarietà e l’approccio sistemico durante il Covid hanno dato dimostrazione di essere possibili e imprescindibili e questo fa ben sperare nella capacità dei professionisti di applicarli con maggiore apertura”.

Due le parole chiave per arrivare al risultato secondo De Gennaro, in base alla sua esperienza: “La prima è modello organizzativo. Ci sono sul mercato molte tecnologie e software dei quali alcuni molto belli e accattivanti, ma da soli non bastano: bisogna progettare in modo dettagliato un modello organizzativo fondato su multiprofessionalità, multidisciplinarietà e integrazione ospedale-territorio.

In secondo luogo, la sostenibilità del progetto, che risiede nell’innovatività del modello organizzativo. Il nostro ha il suo centro e supera la fase progettuale diventando un modello istituzionale di assistenza grazie a un processo di cambiamento organizzativo delle strutture dell’ASL e trova concretezza nelle risorse e negli investimenti che l’Azienda ha effettuato negli ultimi anni e in altre risorse economiche che siamo riusciti a intercettare a livello ministeriale ed europeo. Al fine di una diffusa adozione della telemedicina, l’ASL Foggia ha compiuto adeguamenti strutturali in termini di know-how, procedure, infrastrutture di hardware e software. Infine, la Regione Puglia nell’ultimo anno ha provveduto a un aggiornamento del nomenclatore tariffario prevedendo una specifica tariffa per le prestazioni eseguite in telemedicina, oltre a stipulare un accordo regionale dedicato agli specialisti ambulatoriali con la possibilità per gli specialisti convenzionati di fare televisite di controllo e teleconsulti. La sintesi è: la tecnologia non basta”.

Servono risorse: basterà il PNRR?

Tra le altre cose servono quindi ovviamente i fondi. Basterà il PNRR a trasformare il bruco in farfalla (digitale)? “Parliamo di 2,5 miliardi, di cui 1,3 per la creazione di infrastrutture dati, cioè del FSE dandogli finalmente una dignità: il target è il 100% di implementazione – afferma Enrichens -. L’altro miliardo servirà per attivare la telemedicina, erogando servizi saniari digitali sulla base delle infrastrutture. L’evoluzione di Agenas come agenzia di sanità digitale è il punto essenziale e, come sempre sottolinea il direttore generale Domenico Mantoan, abbiamo un enorme supporto per coordinare la gestione delle risorse, orientato principalmente verso la gestione delle patologie croniche, priorità emersa anche dal vostro sondaggio.

Il PNRR prevede come target almeno un progetto di telemedicina per regione e 200 mila pazienti cronici assistiti con strumenti digitali

Posto che la telemedicina non è un percorso di cura ma uno strumento formidabile per poter raggiungere il paziente, si tratta anche di assicurare che le soluzioni di telemedicina si integrino con le altre soluzioni, in particolare il FSE, e di misurare gli interventi e incentivare le buone pratiche. Numericamente il PNRR prevede come target almeno un progetto per regione e 200 mila pazienti cronici assistiti con la telemedicina”.

“Per poter sfruttare le risorse del PNRR serve tempestività: il cronoprogramma previsto dal PNRR è vincolante e il mancato rispetto delle scadenze potrebbe comportare la perdita di finanziamenti che in questo momento sono importantissimi per SSN e l’innovazione digitale – aggiunge De Gennaro -. Inoltre, serve la formazione di competenze specialistiche per abbattere gli ostacoli culturali. I dispositivi da soli non bastano: noi possiamo accelerare il percorso, ma, se non usiamo da subito le tecnologie che adottiamo, che per natura hanno una vita molto breve, usiamo le risorse in maniera non corretta. Il risultato si può ottenere solo con la formazione, che non deve essere solo essere teorica, con corsi residenziali e Fad, ma anche con training on the job per sviluppare conoscenza sull’uso corretto delle tecnologie, i processi, la capacità di relazione fra operatori e con i pazienti, sulla valutazione dei rischi e su come riconoscerli e saperli superare”.

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