Come cambia la sanità del territorio: il Pnrr e il ruolo di Agenas


Un budget da 7 miliardi in cinque anni destinato a ridisegnare la sanità territoriale. A coadiuvare il ministero della Salute nell’attuazione degli interventi legati alla Missione Salute 6 – Componente 1 del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) sarà l’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (Agenas). Ecco come e con quali finalità.

La Missione Salute 6 del Pnrr e il ruolo di Agenas

Alla Salute è dedicata la Missione Salute 6 (M6) del Pnrr. Il Piano stanzia 15,63 miliardi in totale per le due componenti della missione:

  1. Reti di prossimità, strutture intermedie e telemedicina per l’assistenza sanitaria territoriale: 7 miliardi di stanziamenti
  2. Innovazione, ricerca e digitalizzazione del servizio sanitario nazionale: 8 miliardi e 63 milioni di euro

 

L’impegno di Agenas sarà dedicato al primo dei due obiettivi. A definirne nel dettaglio il ruolo, il decreto del ministero dell’Economia e Finanze, 6 agosto 2021, recante “Assegnazione delle risorse finanziarie previste per l’attuazione degli interventi del Piano nazionale di ripresa e resilienza e ripartizione di traguardi e obiettivi per scadenze semestrali di rendicontazione”, pubblicato in Gazzetta Ufficiale – serie generale n. 229 del 24 settembre 2021.

Oltre ad assegnare alle singole amministrazioni le risorse finanziare per l’attuazione degli interventi di cui sono titolari, il decreto prevede che le amministrazioni coinvolte adottino ogni iniziativa necessaria ad assicurare l’efficace e corretto utilizzo di tali risorse e la tempestiva realizzazione degli interventi, secondo il cronoprogramma previsto dal Pnrr.

Spetta all’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, quale tramite per il Ministero della Salute, l’attuazione degli interventi relativi alla Missione 6 Salute (M6) – Componente 1 (C1):

  • 1.1 Case della Comunità e presa in carico della persona;
  • 1.2 Casa come primo luogo di cura e telemedicina;
    • 1.2.1 Casa come primo luogo di cura (Adi);
    • 1.2.2 Implementazione delle Centrali operative territoriali (Cot);
    • 1.2.3 Telemedicina per un migliore supporto ai pazienti cronici;
  • 1.3 Rafforzamento dell’assistenza sanitaria intermedia e delle sue strutture (Ospedali di Comunità).

Le cure domiciliari del futuro

Enrico Coscioni“Siamo già al lavoro, attraverso un confronto con gli assessorati alla sanità delle varie regioni, per definire insieme il cronoprogramma delle attività che andranno implementate per singola amministrazione – spiega il presidente Agenas Enrico Coscioni -. L’obiettivo è quello di delineare le strutture da implementare – Case della Comunità, Centrali operative territoriali e Ospedali di comunità – entro la fine del 2021″.

A tale scopo, l’agenzia e il ministero della Salute stanno lavorando proprio in queste settimane a un documento che ridisegna completamente l’assistenza primaria mettendo al centro il distretto sanitario.

In base a quanto riportato in una bozza del documento, ce ne dovrà essere uno ogni 100 mila abitanti: sarà il luogo “privilegiato di gestione e di coordinamento funzionale ed organizzativo della rete dei servizi sociosanitari e sanitari territoriali, centro di riferimento per l’accesso a tutti i servizi dell’ASL”. Il distretto avrà come obiettivo il “perseguimento dell’integrazione tra le diverse strutture sanitarie, sociosanitarie, nonché dei servizi socioassistenziali in un’ottica di collaborazione con le istituzioni locali presenti sul territorio, in modo da assicurare una risposta coordinata e continua ai bisogni della popolazione, nonché di uniformità dei livelli di assistenza e di pluralità dell’offerta”.

Case di Comunità: dove i cittadini entrano in contatto col sistema sanitario

Venendo agli altri punti cardine del progetto, è prevista almeno una Casa della Comunità hub ogni 40/50mila abitanti, oltre a Case della Comunità spoke e ambulatori di Medici di Medicina Generale (MMG) e Pediatri di Libera Scelta (PLS) tenendo conto delle caratteristiche orografiche e demografiche del territorio al fine di favorire la capillarità dei servizi e maggiore equità di accesso, in particolare nelle aree interne e rurali. Tutte le aggregazioni dei MMG e PLS (AFT e UCCP) sono ricomprese nelle Case della Comunità avendone in esse la sede fisica oppure a queste collegate funzionalmente.

La Casa della Comunità (CdC) è definita come il luogo fisico di prossimità e di facile individuazione dove la comunità può accedere per entrare in contatto con il sistema di assistenza sanitaria e sociosanitaria: garantirà una “presenza medica” 24 ore su 24, oltre a quella di infermieri e specialisti. La CdC promuove un modello organizzativo di approccio integrato e multidisciplinare attraverso équipe territoriali. Costituisce la sede privilegiata per la progettazione e l’erogazione di interventi sanitari e di integrazione sociale.

La Casa della Comunità promuove un modello organizzativo di approccio integrato e multidisciplinare attraverso équipe territoriali

L’attività delle CdC dovrà infatti essere organizzata in modo tale da permettere un lavoro d’équipe tra Medici di Medicina Generale, Pediatri di Libera Scelta, Specialisti Ambulatoriali Interni – anche nelle loro forme organizzative –, Infermieri di Famiglia e Comunità e altri professionisti della salute, quali ad esempio Psicologi, Logopedisti, Fisioterapisti, Dietisti, Tecnici della Riabilitazione e Assistenti Sociali, anche al fine di consentire il coordinamento con i servizi sociali degli enti locali del bacino di riferimento.

Agenas e Ministero della Salute stanno inoltre lavorando per definire il ruolo dell’Infermiere di Famiglia e Comunità (uno ogni 2/3mila abitanti), il professionista che mantiene il contatto con l’assistito della propria comunità in cui opera e rappresenta la figura professionale di riferimento che assicura l’assistenza infermieristica ai diversi livelli di complessità in collaborazione con tutti i professionisti presenti nella comunità, perseguendo l’integrazione interdisciplinare, sanitaria e sociale dei servizi e dei professionisti e ponendo al centro la persona.

Un ulteriore tassello che andrà a comporre il quadro della nuova sanità territoriale è l’Unità Speciale di Continuità Assistenziale (Usca), con un medico e un infermiere, prevista ogni 100mila abitanti. Si tratta di un’équipe mobile distrettuale per la gestione di situazioni clinico-assistenziali di particolare complessità e di comprovata difficoltà operativa, sia a carico di individui che a carico di comunità.

La Centrale Operativa Territoriale svolge una funzione di coordinamento della presa in carico e di raccordo tra i diversi setting assistenziali

La Centrale Operativa Territoriale (Cot) è un modello organizzativo che svolge una funzione di coordinamento della presa in carico della persona e raccordo tra servizi e professionisti coinvolti nei diversi setting assistenziali: attività territoriali, sanitarie e sociosanitarie, ospedaliere e dialoga con la rete dell’emergenza-urgenza. È prevista una Centrale Operativa Territoriale ogni 100mila abitanti o comunque a valenza distrettuale, qualora il distretto abbia un bacino di utenza maggiore.

Ospedale di Comunità: la struttura di ricovero breve

Si ipotizza inoltre almeno un Ospedale di Comunità dotato di venti posti letto ogni 50/ 100mila abitanti. L’Ospedale di Comunità è una struttura sanitaria di ricovero breve che afferisce alla rete di offerta dell’Assistenza Territoriale e svolge una funzione intermedia tra il domicilio e il ricovero ospedaliero, con la finalità di evitare ricoveri ospedalieri impropri o di favorire dimissioni protette in luoghi più idonei al prevalere di fabbisogni sociosanitari, di stabilizzazione clinica, di recupero funzionale e dell’autonomia e più prossimi al domicilio. Lo standard minimo di personale per un Ospedale di Comunità dotato di venti posti letto sarà di nove infermieri, sei operatori sociosanitari e un medico per almeno quattro ore al giorno, sette giorni su sette.

La Centrale Operativa 116117 è la sede del Numero Europeo Armonizzato per le cure mediche non urgenti offre un servizio telefonico gratuito alla popolazione attivo 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 per tutte le prestazioni sanitarie e sociosanitarie a bassa intensità assistenziale. Il piano prevede la presenza di almeno una Centrale ogni uno o due milioni di abitanti o comunque a valenza regionale (se con popolazione inferiore allo standard), incrementabile sulla base della numerosità della popolazione.

L’Ospedale di Comunità ha una funzione intermedia tra domicilio e ricovero ospedaliero, con la finalità di evitare ricoveri ospedalieri impropri o di favorire dimissioni protette

L’Assistenza Domiciliare è definita come un servizio a valenza distrettuale finalizzato all’erogazione al domicilio di interventi caratterizzati da un livello di intensità e complessità assistenziale variabile nell’ambito di specifici percorsi di cura e di un piano personalizzato di assistenza. Il bacino di utenza previsto è pari al 10% della popolazione over 65, da prendere in carico progressivamente.

La rete delle cure palliative è costituita da servizi e strutture in grado di garantire la presa in carico globale dell’assistito e del suo nucleo familiare, in ambito ospedaliero, domiciliare e in Hospice. I servizi della rete garantiscono cure e assistenza a favore di persone affette da patologie ad andamento cronico, evolutivo e a prognosi infausta per le quali non esistono terapie o se esistono sono inadeguate o inefficaci ai fini della stabilizzazione della malattia o di un prolungamento significativo della vita. In fase di definizione un Servizio Ospedaliero di Medicina e Cure Palliative multiprofessionale ogni 600mila abitanti e una Unità di Cure Palliative Domiciliari (UCP – DOM) e un Hospice con almeno dieci posti letto ogni 100mila abitanti.

Le altre strutture citate dal documento sono il Consultorio Familiare (almeno uno ogni 20mila abitanti o uno ogni 10.000 nelle aree interne e rurali) e il Dipartimento di Prevenzione (DP), uno ogni 500mila abitanti. In via di sviluppo ulteriori approfondimenti su farmacie, servizi per la salute mentale, ruolo della telemedicina e servizi sociosanitari con particolare riferimento alle RSA.

Coscioni: “Ma non c’è solo il Pnrr”

Ma, sottolinea Coscioni, non bisogna pensare al Pnrr come unico riferimento per risolvere i problemi e cambiare le situazioni: “Personalmente ritengo che addossare tutte le responsabilità di un’assenza di risorse finanziarie quale motivo di un’assistenza territoriale non sempre all’altezza delle esigenze dei cittadini/pazienti sia fuorviante. Ci sono realtà territoriali che negli anni hanno organizzato un adeguato sistema di presa in carico e il lavoro di Agenas è proprio quello di individuare le buone pratiche e far in modo che vengano implementate là dove è necessario. Certo le risorse del Pnrr sono un catalizzatore che permetterà di accelerare questo processo”.

Il nostro sistema può contare anche sul Programma straordinario pluriennale di investimenti pubblici in sanità e sui piani triennali di investimento immobiliare dell’Inail

Inoltre, le risorse del Pnrr non sono le uniche risorse disponibili: “Il nostro sistema è dotato di un importante Programma straordinario pluriennale degli investimenti pubblici in sanità (Art. 20 Legge 67/1988) a cui si aggiungono le risorse dei piani triennali di investimento immobiliare dell’Inail, che promuove iniziative urgenti ad elevata utilità sociale nel campo dell’edilizia sanitaria, nonché le possibilità provenienti dai partenariati pubblico-privato. Non mi sembra poco. Se poi dalla definizione dei fabbisogni si renderà necessario individuare ulteriori finanziamenti, Governo, ministeri competenti e regioni faranno la loro parte”.