Dalla prevenzione alla cura, le nuove armi contro la lotta ai tumori


Se la guerra la si potrà vincere solo quando saranno a disposizione farmaci specifici dalla cui creazione oggi siamo ancora lontani, una prima vittoria nella lotta contro i tumori è stata raggiunta con l’aumento  progressivo dei mezzi a disposizione per contrastarne l’insorgenza. A partire dai più promettenti: i test di profilazione genetica. Questi test vanno alla ricerca delle alterazioni molecolari dei tumori e per incrementare il loro uso la legge finanziaria approvata l’anno scorso ha stanziato 5 milioni di euro. Sul fronte della prevenzione i test genetici sono la novità più rilevante, e il passaggio politico garantito dall’emendamento rappresenta una conditio sine qua non per affermare la necessità di renderli disponibili su tutto il territorio nazionale, mentre sul fronte della cura interessanti e importanti risultati arrivano dall’immunoterapia, dai farmaci a target e dai farmaci agnostici.

La distribuzione delle nuove risorse – che si tratti di clinica, di ricerca scientifica o dell’apertura e della diffusione di nuovi laboratori diagnostici – è tuttora oggetto di discussione.

La profilazione molecolare

La genetica è il nuovo cavallo di battaglia nella lotta ai tumori e permette di fare grandi passi avanti sia nel settore della terapia che in quello della prevenzione. Laddove prima degli anni Novanta c’erano i test di screening, che ancora oggi rappresentano uno strumento fondamentale e importantissimo per scoprire la malattia con il sufficiente anticipo che serve per aggredirla e bloccare le recidive, la profilazione molecolare consente di agire ancor più d’anticipo. Il tutto accedendo a terapie sostanzialmente diverse, molto più mirate e meno tossiche per l’organismo rispetto alle terapie tradizionali.

L’ultima novità è rappresentata dalla possibilità di profilare più alterazioni per il singolo tumore (Next Generation Sequencing), anche successivamente alla sua comparsa o in risposta alle cure

L’ultima novità in questo settore è rappresentata dalla possibilità di profilare più alterazioni per il singolo tumore (Next Generation Sequencing), anche successivamente alla sua comparsa e/o in risposta all’applicazione di cure specifiche per debellarlo. La possibilità di individuare contemporaneamente più alterazioni molecolari ha fatto intervenire la European Society of Medical Oncology (ESMO), che ha istituito un gruppo di lavoro dedicato a stilare una scala di valore rispetto ai test molecolari che presentano un significato clinico riconosciuto o sperimentale. Il risultato è un documento che indica una prassi clinica da seguire per i clinici rispetto all’uso di questo nuovo mezzo di prevenzione.

Oltre a indicare precisamente la lista dei tumori per cui la Next Generation Sequencing è indicata, ESMO ha specificato in quali casi è bene valutare la presenza di resistenze secondarie alle terapie grazie allo strumento della biopsia liquida (su prelievo ematico).

Ma come funzionano le cose praticamente in Italia? Il fondo riservato ai test NGS per i pazienti oncologici inserito con un emendamento legislativo nel dicembre 2021 rappresenta solo un primo passo.

Test genetici in oncologia: due livelli di applicazione

Nell’ambito della lotta antitumorale, l’applicazione dei test genetici è duplice. Da un lato, identificando specifici marcatori genetici, la profilazione del genoma dà preziose indicazioni diagnostiche quando la diagnosi su base istologica si dimostra complessa. Allo stesso modo, a diagnosi avvenuta, permette di calibrare meglio i livelli di intervento e di reagire con puntualità alle risposte della malattia, evitando il cosiddetto overtreatment, particolarmente pericoloso per i pazienti pediatrici.

Dall’altro canto, un altro grande ambito di sviluppo dei test genetici è rappresentato dalla possibilità di svolgere delle indagini che attengono al campo della prevenzione personalizzata.

“La profilazione del genoma di familiari di soggetti che hanno sviluppato un determinato tipo di tumore ci permette di determinare con accuratezza la presenza più o meno alta di fattori di rischio di carattere ereditario”, ha spiegato il professor Paolo Radice, responsabile della Struttura Semplice Dipartimentale Medicina Predittiva, basi molecolari del rischio genetico e test genetici dell’Istituto dei Tumori di Milano.

L’analisi dei rischi genetici si rivela una risorsa molto utile che è diventata anche economicamente più accessibile rispetto al passato

“In maniera indiretta questi test possono anche identificare alterazioni che non sono presenti a livello tumorale – ha proseguito il clinico –. Capita di scoprire alterazioni in un gene o in una combinazione di geni che sono associati al rischio di sviluppare la malattia. A questo punto bisogna capire se si tratta di una alterazione ereditaria o costituzionale con i test a cascata all’interno del nucleo familiare”.

Vista la propensione della stragrande maggioranza dei tumori di presentarsi in età avanzata, l’analisi dei rischi genetici si rivela una risorsa molto utile che è diventata anche economicamente più accessibile rispetto al passato: “Abbiamo iniziato con questi test nella prima metà degli anni Novanta – ha spiegato Radice –. All’epoca i costi per mappare anche un solo gene erano molto alti. Oggi con una cifra che va dai 200 ai 300 euro e un prelievo ematico si possono tracciare anche più geni contemporaneamente, riducendo i tempi diagnostici”.

Diagnosi e linee guida

I nuovi stanziamenti dedicati dalla Finanziaria permetteranno di incrementare l’uso della profilazione genetica, sebbene non sia ancora chiaro in che misura le risorse saranno investite nell’area clinica, nel settore della ricerca o nell’apertura di nuovi centri.

Prendendo come esempio la Lombardia, una delle regioni italiane più sviluppate in campo sanitario e con una densità alta della popolazione, troviamo 15 centri diagnostici.

“Leggere questi test non è semplicissimo perché nel genoma umano ci sono milioni di varianti, quindi è richiesta una competenza particolare – avvisa Radice –. Per questo la diffusione di nuovi laboratori dovrebbe essere subordinata alle competenze in capo alla struttura nel leggere correttamente questi dati. Inoltre, è bene superare la differenziazione netta fra tumori espressi dalla componente genetica e tumori di derivazione ambientale. Sebbene in alcuni casi sia possibile stabilire una preminenza, le componenti sono sempre presenti in contemporanea, tranne che in rarissimi casi. Gli studi indicano come a parità di mutazioni, il rischio di sviluppare la malattia si alza o si abbassa sensibilmente”.

I nuovi stanziamenti in Finanziaria permetteranno di incrementare l’uso della profilazione genetica, ma rimane da chiarire se le risorse saranno investite in area clinica, nella ricerca o in nuovi centri

A loro supporto – per alcune tipologie di tumore come quelli alla mammella, al colon retto, all’ovaio e per diversi tumori pediatrici – i clinici hanno a disposizione delle linee guida che indicano quali sono le varianti da considerare. Per il tumore al polmone invece si sa ormai come il fattore di rischio ambientale più noto, il fumo, sia associato al 85-90% delle insorgenze della malattia. “Nel caso di tumore al polmone – ha chiarito lo specialista -, la predisposizione genetica resta un fattore importante ma il fumo è una delle cause scatenanti ormai ben note in grado di attivare una predisposizione che avrebbe potuto non svilupparsi a livello patologico”.

Insomma, la prevenzione di base, quella a disposizione di tutti gratuitamente perché basata sulle semplici regole di uno stile di vita sano, nonostante tutte le novità messe in campo dalla ricerca genetica, sembra essere ancora il metodo più sicuro e immediato per scongiurare l’insorgenza della malattia.