Rapporto Sanità CREA: dallo stato di salute del Paese alle strategie per cogliere le nuove opportunità

Non poteva che guardare al futuro il XVI Rapporto Sanità del CREA (Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità) presentato lo scorso 27 gennaio. E non poteva che intitolarsi “Oltre l’emergenza: verso una ‘nuova’ vision del nostro SSN”. Di fatto, dopo la presentazione dei principali risultati che fotografano lo stato di salute del nostro Paese relazionate dagli autori della ricerca, la discussione tra gli stakeholder che hanno partecipato alla tavola rotonda si è concentrata sulle strategie da definire perché la sanità italiana possa uscire dalla crisi e trovare un nuovo equilibrio che lasci per sempre alle spalle le numerose criticità progettuali e organizzative del passato. E così Recovery Fund e Recovery Plan sono state le parole più frequentate dai relatori. Che le hanno declinate ciascuno secondo il proprio ruolo e la propria sensibilità. Non senza evidenziare, alla fine, molteplici punti in comune.

Che la “la pandemia sia diventata una cesura storica per tutto il SSN non c’è dubbio”, ha detto Luigi Bertinato, responsabile segreteria scientifica del Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità. Così come non si discute sul fatto che “abbiamo un’opportunità da cogliere, cioè che la politica sanitaria rientra a pieno titolo nella politica economica del nostro Paese”, ha aggiunto il presidente del CREA Sanità Federico Spandonaro, ricordando però una cosa fondamentale. Che il “SSN continua ad essere autoreferenziale” e che il concetto di “paziente al centro è un’idea che resta confinata ai convegni e non trova riscontro reale nella pratica clinica e nell’organizzazione sanitaria”.

La sanità deve rientrare a pieno titolo nella politica economica italiana

In effetti, “il Recovery Plan non riporta indicazioni precise sul tema della centralità del paziente, che abbiamo visto essere il punto critico di tutta l’assistenza sanitaria. E nemmeno fa menzione a quale regia sia necessario attivare per rendere realtà vera le cure domiciliari”, ha evidenziato Rossana Boldi, vicepresidente della XII Commissione Affari Sociali, Camera dei Deputati.

Se patient centricity deve essere, il centro delle politiche sanitarie ed economiche a sostegno della Sanità pubblica deve essere il territorio. La sanità di prossimità, come va di moda chiamarla oggi. Quell’insieme di sostegni sociali e sanitari che un tempo vedevano protagonisti il medico condotto, il farmacista e quanti svolgevano mansioni infermieristiche. Naturalmente i tempi sono cambiati, ma i cittadini vivono sempre sul territorio, con la differenza che il loro bisogno di cure aumenta dato l’allungamento dell’aspettativa di vita, che porta con sé l’incremento dell’incidenza delle malattie croniche. E allora che fare per potenziare veramente e una volta per tutte questo territorio? Secondo Bertinato, “assistenza domiciliare e ICT rappresentano alcune delle principali leve strategiche su cui investire per la ripresa del Paese e della Sanità”. Un’affermazione che vede concorde il segretario della XII Commissione Affari Sociali, Camera dei Deputati, Fabiola Bologna. La quale, però, precisa “che ciò deve andare molto oltre l’assistenza domiciliare integrata”. E che “bisogna avere una visione olistica della situazione. Considerare tutte le figure professionali e i servizi che esse possono offrire in ambito sanitario e sociale. Valorizzandole rispetto alle proprie peculiarità attraverso adeguati incentivi”, andando verso l’ottimizzazione dell’outcome dell’assistenza. Allineato sul fattore umano anche Andrea Mandelli, presidente FOFI e componente della V Commissione (Bilancio, Tesoro e Programmazione) della Camera dei Deputati, che ha rimarcato come “una delle leva su cui agire per rendere più efficiente tutto il sistema è proprio quella di arrivare ad avere una vera integrazione strutturale e operativa dei professionisti della salute, quali infermieri, medici e farmacisti”.

Assistenza domiciliare e ICT sono tra le principali leve strategiche per la ripresa

Ma i problemi (e le soluzioni) a un SSN che per alcuni aspetti ha retto lo “scossone pandemia”, ma per altri ha fatto acqua, non riguardano solo la questione della salute territoriale. Molto del futuro del SSN, hanno evidenziato gli esperti, sarà determinato da come saremo in grado di spendere i fondi UE che tutti auspicano potremo ricevere attraverso il Recovery Fund. E da quale sarà la governance della sanità futura. “La domanda vera, che da più parti ci facciamo e a cui si deve dare risposta rapidamente è ‘come dovremo spendere il Recovery Fund?’”, ha detto Rossana Boldi.  Un aspetto questo, non secondario e non ancora risolto dalla politica. Le ha fatto eco l’assessore al Finanziamento del SSR della Regione Campania Ettore Cinque: “Rispetto ai fondi UE in arrivo, non si tratta di finanziare di più, ma di fare scelte oculate e flessibili. Bisogna evitare che le spese in conto capitale di oggi si trasformino unicamente in un debito per le generazioni future. Per non sbagliare nella scelta delle attività da finanziare con i fondi UE, si deve partire dai diritti dei cittadini in termini di salute”. Anche perché, ha ricordato Mandelli, “sono a fondo perduto solo 84 miliardi dei 209 previsti dal Recovery Fund, mentre gli altri andranno restituiti”. Ciò che occorre, quindi è pensare a investimenti che possano dare un ritorno concreto che permetta di ripagare il debito che stiamo contraendo con l’Europa. In soldoni, vuol dire che dobbiamo investire sulla sanità del territorio con l’obiettivo di generare più efficienza e quindi risparmi diretti e indiretti. Perché “una strategia differente sarà certamente fallimentare”, ha aggiunto tranchant Mandelli.

Come spendere i fondi UE del Recovery Fund?

Tra le idee messe sul piatto per evitare che l’Italia “benefici” delle “idee e dei progetti vecchi di 10 anni presenti nella prima relazione del ministro della Salute Roberto Speranza” relativa al Recovery Fund, secondo Boldi c’è la ricerca scientifica e il trasferimento dei suoi risultati nella produzione industriale, perché “si generi sviluppo e ricchezza per il Paese”, ha aggiunto Bologna.

Ma non è tutto. Se alcune buone idee mancano, e vanno trovate, altrettanto bisogna trovare la quadra per a livello di governance. In linea generale, ha dichiarato Cinque: “La vision che deve permeare il Recovery Plan è trovare una giusta sintesi per la questione sul rapporto Stato-Regioni e sul divario territoriale che interessa il nostro SSN e che si manifesta in una mobilità sanitaria interregionale in continuo aumento”. Ma allora quale possibile soluzione? Forse una maggiore centralizzazione della sanità? “Certamente la definizione centralizzata di linee guida e livelli minimi organizzativi entro cui le Regioni devono muoversi è fondamentale”, ha continuato Cinque. Che però ha avvertito: “Ciò non deve significare che i problemi siano giustificati da un errato uso dell’autonomia gestionale da parte delle Regioni. Non dimentichiamoci che se non ci fosse stata l’autonomia, la pandemia avrebbe avuto probabilmente un esito diverso. Così come è importante evitare che, in assenza di una reale presenza dello Stato centrale, si verifichino derive regionali in ordine sparso”.

Per superare regionalismo e centralismo, il tema da affrontare è la responsabilità

Dichiarazioni dirette che altrettanto schiettamente hanno trovato un contraltare da parte del segretario generale Cittadinanzattiva Antonio Gaudioso, che ha detto: “Dobbiamo smettere di contrapporre regionalismo a centralismo. Il tema da affrontare è quello della responsabilità. Non è più possibile accettare che il decisore politico non prenda su di sé la responsabilità delle scelte. Un sistema federale che funzioni deve prevedere che dove si verifica un problema a un determinato livello si debba intervenire e sostituire chi o cosa determina il malfunzionamento. Viceversa, le realtà regionali virtuose devono essere messe in condizione di continuare a esserlo. Dobbiamo poi intervenire in modo imprescindibile su tutte le risorse del SSN, perché tutti coloro che lavorano per il SSN, in modo diretto o convenzionato, siano considerati parte di esso. L’outcome di salute prodotto dalle varie realtà deve essere l’unico parametro di valutazione dell’operato nei confronti dei cittadini”.

Carlo M. Buonamico

Carlo M. Buonamico

Giornalista professionista esperto di sanità, salute e sostenibilità

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