RISKEMIA e LICOS: due esperienze innovative di gestione della cronicità in Campania e Liguria

RISKEMIA e LICOS

Il trend demografico in Italia determina un’incidenza e prevalenza crescente di tutte le patologie croniche, come quelle in ambito cardiovascolare e osteoporotico, che costituiscono una delle principali sfide per il Sistema Sanitario Italiano generando per quest’ultimo un impatto economico e clinico rilevante. Una diagnosi tempestiva e una conseguente presa in carico del paziente nel periodo successivo l’evento acuto tramite percorsi di cura disegnati ad hoc risultano necessari in prevenzione secondaria di eventi cardiovascolari e fratture riducendo il rischio di innescare la spirale negativa di dipendenza dell’assistenza sanitaria.

Il progetto RISKEMIA sulla prevenzione cardiovascolare secondaria, attuato in Campania, e il progetto LICOS sull’osteoporosi, attuato in Liguria, propongono due nuovi modelli organizzativi di gestione del paziente cronico: ce li siamo fatti raccontare dai protagonisti, raccogliendo il punto di vista dei Clinici e delle Amministrazioni Regionali.

Intervista a Franco Guarnaccia

Presidente ARCA (Associazioni Regionali Cardiologi Ambulatoriali), Regione Campania

Quali motivazioni hanno condotto la Regione Campania a supportare il progetto RISKEMIA?

Franco Guarnaccia

RISKEMIA nasce da due semplici osservazioni: la prima riguarda i tassi di mortalità per evento cardiovascolare a un anno, facilmente rilevabili dal Piano Nazionale Esiti, la seconda invece attiene al “patient journey” post evento cardiovascolare.

È assodato che, ormai, gli ospedali gestiscono al meglio la fase acuta dell’evento, salvo poi ritrovarsi entro un anno il medesimo paziente sul tavolo di emodinamica, per il trattamento di un altro evento ischemico.

Questo accade perché, al di fuori degli ospedali, non esistono percorsi terapeutici per una adeguata gestione della principale causa degli eventi cardiocerebrovascolari: vale a dire il colesterolo LDL.

Per colmare questo gap e in ottemperanza al DCA n. 99 del dicembre 2018, ARCA ha elaborato il progetto RISKEMIA che conferisce un ruolo di primaria importanza per la gestione della cronicità allo Specialista Ambulatoriale Cardiologo.

Come è articolato questo progetto?

La svolta terapeutica rappresentata dall’avvento degli ipolipemizzanti biologici (iPCSK9) consente ormai di controllare agevolmente la colesterolemia dei pazienti in prevenzione secondaria, permettendo la riduzione massiva di nuovi eventi cardiovascolari. Sebbene questi farmaci abbiano una connotazione “cronica”, dovendo il paziente assumerli per lunghi periodi, gli indirizzi regionali di autorizzazione alla prescrizione di iPCSK9 consentivano la possibilità di abilitazione soltanto a specialisti cardiologi e internisti esclusivamente ospedalieri, mentre escludevano la prescrivibilità agli specialisti ambulatoriali territoriali, notoriamente deputati alla gestione della cronicità. È proprio partendo da questo paradosso che ARCA ha ritenuto necessario sottoporre alla Regione Campania il progetto RISKEMIA, con l’obiettivo di fornire allo Specialista Ambulatoriale Cardiologo questo primario strumento terapeutico capace di ridurre l’insorgenza di nuovi eventi ischemici cardiovascolari.

Il 21 maggio 2019 la Direzione Generale Assessorato Sanità, preso atto delle considerazioni e osservazioni fatte in premessa, ha approvato con circolare regionale il progetto RISKEMIA, ritenendolo pienamente in linea con gli obiettivi regionali sulla cronicità, e ha autorizzato 7 specialisti cardiologi ambulatoriali (uno per ciascuna ASL) alla prescrizione dei farmaci iPCSK9.

Quali difficoltà avete incontrato nell’avviare e realizzare questo progetto?

Avremmo potuto imbatterci nella classica e sterile considerazione aprioristica sugli incrementi di spesa farmaceutica senza considerare la profonda importanza dell’investimento in prevenzione, al fine di efficientare il consumo di risorse. Tutt’altro! In questo caso, invece, la lungimiranza di un management sanitario di grande livello ha immediatamente individuato la grande opportunità per i pazienti in carico alla Sanità Campana e ha, quindi, accolto e supportato il progetto RISKEMIA.

Quali sono stati o saranno i benefici tangibili?

In primo luogo, con il progetto RISKEMIA si sono generati, a costo zero su tutto il territorio regionale, sette ambulatori “sentinella” che avranno il compito di sollevare il livello di guardia su una silenziosa pandemia rappresentata dai livelli troppo alti di colesterolo LDL, oltre che di fungere da ambulatorio di follow-up per il delicato paziente in prevenzione secondaria.

Inoltre, si è realizzato un Percorso Terapeutico virtuoso che, con il semplice atto prescrittivo che va rinnovato di volta in volta, consente il controllo di un altro dei grandi mali della terapia ipolipemizzante; mi riferisco all’aderenza terapeutica! Più della metà dei pazienti in prevenzione secondaria abbandona la terapia dopo appena sei mesi, con conseguenze ancor più devastanti sulle recidive della patologia ischemica. Con RISKEMIA saremo in grado di massimizzare l’aderenza alla terapia ipolipemizzante, semplicemente riconvocando i pazienti per il rinnovo della prescrizione dei iPCSK9.

Tutto ciò si riverbererà finanche sulle desolanti file di pazienti che affollavano gli ospedali col solo scopo di vedersi riconosciuto la prescrizione o il rinnovo della stessa.

Il progetto RISKEMIA è un esempio peculiare nella gestione delle cronicità, per ambizione, multidisciplinarietà e strutturazione dei processi sul territorio nazionale. Secondo lei, questo modello è esportabile in altre realtà? Da dove dovrebbe partire una Regione o una ASL che volesse applicare un modello simile?

Il primum movens di un simile progetto è l’attenzione al paziente; solo considerando il paziente nella sua fragilità e nel suo smarrimento, sarà possibile esportare un modello come RISKEMIA. In secondo luogo, è necessaria un’ampia visione prospettica che induca i decisori regionali a valutare l’importanza della prevenzione cardiovascolare. La realizzazione di entrambi questi convincimenti rende esportabile il progetto RISKEMIA in qualunque altra Regione d’Italia.

Qual è il ruolo dell’innovazione terapeutica in questa problematica per la società e il SSN?

È avvincente pensare che in una manciata di anni si sia individuata una causa e creata una soluzione: l’esempio dei iPCSK9 è il trionfo della medicina traslazionale! Questa nuova classe di molecole è stata messa a disposizione a tempo di record a tutti noi medici già alle prese con un “unmet clinical need”. Infatti, nonostante le terapie fino a quattro anni fa disponibili, rimaneva in noi clinici la frustrazione di non poter fare di più. I pazienti continuavano ad essere esposti ad un elevato rischio di ulteriori eventi oltre a quello già avuto, senza poter intervenire oltremodo.

Oggi i pazienti che ne hanno necessità possono beneficiare di questa nuova soluzione terapeutica che, al contempo, contribuirà a rendere più sostenibile e appropriata la spesa del nostro SSN.

In generale, come viene applicato il Piano Nazionale Cronicità in Campania? Ci sono altre azioni che le Regioni potrebbero mettere in atto per affrontare la sfida della cronicità?

Storicamente la Regione Campania è sempre stata all’avanguardia sulla creazione di reti di grande eccellenza. Il naturale completamento di questi importanti network è la creazione di percorsi diagnostico-terapeutici nonché di percorsi di referral ospedale-territorio.

La maggior parte della patologia cardiovascolare, a tutti i livelli, è purtroppo oggi silente e sommersa; solo una franca collaborazione tra specialisti ospedalieri, specialisti territoriali e MMG potrà stanare le patologie che purtroppo, talvolta, si rivelano improvvisamente in tutta la loro drammaticità.

Intervista a Ugo Trama

Politica del Farmaco e Dispositivi, Direzione Generale per la Tutela della Salute e Coordinamento del Sistema Sanitario, Regione Campania

Ugo TramaQuali motivazioni hanno condotto la Regione Campania a supportare il progetto RISKEMIA?

La Regione Campania ha emanato una serie di disposizioni declinate nel Piano Triennale 2019-2021 (DCA n. 99 del dicembre 2018) con focus su PDTA (Percorsi Diagnostico-Terapeutici-Assistenziali), gestione della cronicità e monitoraggio dell’aderenza alle terapie e razionalizzazione dell’accesso dei pazienti in ospedale.

La domanda di salute del paziente con cardiopatia ischemica si esprime sempre più chiaramente in ambito territoriale, nei servizi distrettuali e ormai sempre meno spesso nella dimensione ospedaliera.

La crescente introduzione di nuove potenzialità terapeutiche per la gestione della cronicità, se correlata all’attuale situazione demografica ed epidemiologica, suggerisce una rimodulazione dell’offerta sanitaria che richiede integrazioni di servizi con un primario gestore del processo: lo Specialista Ambulatoriale.

Il progetto accoglie inoltre, le disposizioni emanate dalla Regione Campania in tema di gestione delle liste di attesa (DCA 34 del 8 agosto 2017), contribuendo a razionalizzare l’accesso dei pazienti presso le strutture ospedaliere.

Come è articolato questo progetto?

I criteri di rimborsabilità regionali (circolare 2017-0126685 del 22 febbraio 2017) vincolavano l’arruolamento dei pazienti al setting ospedaliero, permettendo la prescrizione di iPCSK9 soltanto a specialisti autorizzati fra cardiologi e internisti all’interno di centri ospedalieri, abilitati in piattaforma AIFA e Sistema Informatico Regionale.

Il paziente con cardiopatia doveva recarsi in ospedale per prescrizione/rinnovo dei PCSK9I, sottraendo risorsa tempo all’attività del medico. E questo sebbene le determine di rimborsabilità della classe dei iPCSK9 (Gazzetta Ufficiale n. 31 del 7 febbraio 2017 e Gazzetta Ufficiale n. 54 del 6 marzo 2017), recitino che: «la classificazione ai fini della fornitura […] è la seguente: medicinale soggetto a prescrizione medica limitativa, vendibile al pubblico su prescrizione di centri ospedalieri e di centri specialistici individuati dalle Regioni o su prescrizione di cardiologo, internista (RRL)», in accordo con le stesse Circolari Regionali di recepimento.

Il 21 maggio 2019 la Direzione Generale Assessorato Sanità, con circolare regionale, ha riconosciuto il progetto, promosso da ARCA, in linea con gli obiettivi regionali, autorizzando alla prescrizione dei PCSK9I sette specialisti cardiologi ambulatoriali. La fase pilota ha avuto inizio in data 1 giugno 2019.

Quali difficoltà avete incontrato nell’avviare e realizzare questo progetto?

Spesso il dialogo tra Istituzioni e Clinici è di natura frammentaria o non esaustiva. Inoltre, i vincoli di bilancio indurrebbero ad avere un atteggiamento prudenziale verso l’innovazione tecnologica e la sua diffusione.

In questo caso, invece, l’apertura all’ascolto e al confronto e la disponibilità alla collaborazione, con l’obiettivo comune del porre al centro le necessità e i bisogni del paziente, hanno consentito la realizzazione di questa iniziativa, che consegue indubbi vantaggi per Pazienti, Clinici e Istituzioni.

Quali sono stati o saranno i benefici tangibili?

Tale progetto ha come scopo l’attuazione di un Percorso Terapeutico in grado di massimizzare l’appropriatezza e l’aderenza alla terapia ipolipemizzante nel paziente precedentemente affetto da cardiopatia ischemica, con un nuovo ruolo ai cardiologi ambulatoriali in tale percorso. Gli obiettivi sono i seguenti: valorizzare il percorso assistenziale sul territorio e razionalizzare gli accessi ospedalieri; migliorare l’aderenza terapeutica, con gestione dei pazienti in ambulatori dedicati; monitorare con costanza i target terapeutici; ottimizzare la sostenibilità dell’utilizzo dei farmaci; migliorare l’appropriatezza prescrittiva associata ai pazienti eleggibili ai PCSK9I.

Il progetto RISKEMIA è un esempio peculiare nella gestione delle cronicità, per ambizione, multidisciplinarietà e strutturazione dei processi sul territorio nazionale. Secondo lei, questo modello è esportabile in altre realtà? Da dove dovrebbe partire una Regione o una ASL che volesse applicare un modello simile?

Si, è esportabile. Ma si rende necessaria una presa di coscienza sia dell’importanza della prevenzione cardiovascolare secondaria che della necessità di non abbandonare il paziente post dimissione, dopo l’evento acuto. Il tema della prevenzione secondaria nella patologia cardiovascolare riguarda oggi il rapporto cittadino/ospedale/farmacista/medico curante, ma il successo della stessa non può prescindere dal ripensamento delle politiche di programmazione e finanziamento dell’assistenza socio-sanitaria sia a livello nazionale che regionale.

Qual è il ruolo dell’innovazione terapeutica in questa problematica per la società e il SSN?

La nuova classe dei PCSK9i a disposizione degli specialisti italiani, (dal febbraio 2017 sono rimborsate le due molecole evolocumab ed alirocumab) risponde ad un chiaro bisogno clinico insoddisfatto dei pazienti in prevenzione secondaria che, nonostante le terapie oggi disponibili, rimangono esposti ad un elevato rischio di successivi eventi cardiovascolari come ictus e infarto del miocardio.

Questo rischio, con l’impiego dei PCSK9i, può essere drasticamente ridotto grazie ai bassi livelli di C-LDL che possono essere rapidamente raggiunti e mantenuti nel tempo, comportando anche una riduzione dei costi legati agli eventi evitati.

In generale, come viene applicato il Piano Nazionale Cronicità in Campania? Ci sono altre azioni che le Regioni potrebbero mettere in atto per affrontare la sfida della cronicità?

Le Regioni e le ASL hanno messo in campo iniziative (es. ambulatorio del follow-up per la prevenzione secondaria, programmi di referral regionali fra medicina generale e cardiologie ospedaliere, indicatori di appropriatezza al trattamento delle ipercolesterolemie) volte alla facilitazione dell’accessibilità all’innovazione farmacologica che, nonostante questi sforzi, sembrano ancora non rispondere in modo pienamente soddisfacente al bisogno epidemiologico.

L’innovazione può apportare un beneficio incrementale in salute per il Servizio Sanitario italiano quando si assicurano appropriatezza e sostenibilità, oltre che un approccio multidisciplinare ed integrato di presa in carico del paziente a livello territoriale.

La Regione Campania ha accolto il progetto RISKEMIA promosso da ARCA, dimostrando una presa di coscienza dell’importanza delle prevenzione cardiovascolare secondaria.

Il progetto RISKEMIA ha posto le basi per un più ampio accesso all’innovazione terapeutica oltre che consentire una valorizzazione del percorso assistenziale sul territorio.

La creazione di Reti (IMA, Ictus, endocrino-metabolica, etc..) ha rappresentato un passo importante nella gestione della cronicità in questo ambito, ma la creazione di uno specifico PDTA per l’ipercolesterolemia rappresenterebbe il fattore chiave di successo per il raggiungimento di migliori outcome di salute, comportando anche una riduzione dei costi legati agli eventi evitati.

Intervista ad Andrea Giusti

Dirigente Medico Struttura Complessa di Reumatologia, ASL3 Genovese

Quali sono gli obiettivi del progetto LICOS e come è articolato?

Andrea GiustiL’obiettivo del progetto LICOS (Liguria Contro l’Osteoporosi) è intervenire su una delle molteplici problematiche che caratterizzano lo stato di cronicità nell’anziano fragile, rappresentato dall’invecchiamento del sistema muscolo scheletrico, e in particolare dalle conseguenze più drammatiche di questo fenomeno: le cadute e le fratture. Questi eventi hanno un impatto rilevante sia perché sono associati ad elevata mortalità sia perché la frattura di femore e la disabilità derivante generano costi rilevanti a livello sociosanitario.

Il progetto è suddiviso in due parti: la prima si rivolge ad anziani che hanno già manifestato un evento clinico “segnale” che ci ha consentito di identificarli come soggetti fragili ad alto rischio di evento avverso (caduta e frattura, appunto). In questi casi gli interventi sono finalizzati alla prevenzione secondaria e pertanto hanno l’obiettivo di evitare il ripetersi di cadute e fratture. La seconda parte del progetto è diretta invece a tutta la popolazione generale residente in Liguria, con azioni di sanità pubblica meno costose ma più diffuse, che hanno l’obiettivo di intervenire su due elementi: le cadute in ambiente domiciliare, che rappresentano una causa frequente di ricovero in pronto soccorso per l’anziano a livello mondiale, e la carenza di vitamina D, per il suo impatto molto importante sulla cronicità e sulle malattie muscoloscheletriche.

Nell’ambito di questa progettualità la punta di diamante è rappresentata dal servizio denominato “Fracture Liaison Service (FLS)” che prende in carico attivamente i pazienti fratturati. Questa tipologia di intervento è nata nei Paesi anglosassoni oltre un decennio fa e ha dimostrato di poter generare dei risultati eccezionali sia sul piano clinico, sulla qualità di vita del paziente e sulla riduzione della disabilità, sia sul piano dei costi, facendo registrare dei risparmi notevoli. Nonostante la diffusione di una campagna mondiale circa 5 anni fa, l’Italia è ancora un po’ indietro nell’applicazione sistematica di questo modello, che siamo lieti di essere riusciti ad implementare nella nostra Regione. Ma in che cosa consiste questo servizio? Innanzitutto noi identifichiamo il paziente fratturato quando è ancora all’interno della struttura ospedaliera (in Pronto Soccorso o Reparto di Ortopedia) e lo prendiamo in carico “attivamente” tramite un team multidisciplinare medico-infermieristico affiancato da assistenti sociali. La presa in carico “attiva” ha un significato importante e innovativo: vuol dire infatti indirizzare il paziente ad un percorso, finalizzato a terapie farmacologiche e non, durante il quale le diverse figure del team intervengono per monitorarlo costantemente, contattando il paziente o i suoi familiari, con l’obiettivo di prevenire la seconda caduta e la rifrattura. La rilevanza di questo percorso emerge chiaramente se consideriamo che in Italia, pur essendo disponibili terapie farmacologiche molto efficaci, meno del 20% dei pazienti con frattura di femore viene dimesso con un trattamento appropriato, con la conseguenza che, a distanza di un anno, in circa il 20% dei pazienti si registra un secondo episodio di frattura osteoporotica maggiore, prevalentemente di femore. Dal punto di vista medico, non riuscire ad evitare la rifrattura del femore in un paziente già fratturato, avendo a disposizione terapie che lo consentirebbero, rappresenta un “autorete” molto grave e uno spreco di risorse.

Come è nata l’idea di questo progetto e come siete riusciti a realizzarlo?

A livello scientifico l’idea è nata dalla ASL3 Genovese e in particolare dal professor Gerolamo Bianchi, a partire da un attento studio della situazione regionale in Liguria. Negli ultimi 10 anni noi abbiamo monitorato le fratture di femore e, studiando i flussi, abbiamo preso atto di alcuni fatti: innanzitutto, nella nostra Regione, ogni anno si verificano 4.000 fratture di femore che complessivamente, considerando costi diretti e indiretti, comportano una spesa di circa 50 milioni di euro all’anno. Inoltre, il 20% dei pazienti si rifrattura entro un anno. Di conseguenza, noi come specialisti ci siamo chiesti che cosa avremmo potuto proporre alla Regione per migliorare la situazione e la risposta è stata questo progetto. La realizzazione di questo progetto è stata possibile in Liguria soprattutto grazie ad una volontà politica molto forte, che raramente mi è capitato di incontrare in precedenza nella mia esperienza lavorativa. In questo caso il merito è dell’Assessore alla Sanità Sonia Viale, del Commissario ALISA Walter Locatelli e della Direzione Generale della ASL3 Genovese nella persona di Luigi Carlo Bottaro. Un progetto di questo genere richiede di mettere in campo una serie di risorse, non tanto economiche quanto piuttosto a livello organizzativo, per implementare percorsi clinici e di PDTA che necessitano prevalentemente di un impegno politico e amministrativo.

Inoltre questo progetto riguarda un problema di salute che spesso viene sottovalutato anche dall’opinione pubblica e sociale. Si ritiene quasi un fatto inevitabile, correlato con l’invecchiamento, che gli anziani siano soggetti a cadute, anche con episodi ripetuti. Come geriatra e reumatologo, devo ammettere che manca una sensibilità in questo senso, sia sui mass media sia a livello politico, anche perché ci si rivolge ad una fascia di popolazione, gli anziani, che a volte sono discriminati da una sorta di “rifiuto” da parte della società. In questo senso la “politica ligure” ha dimostrato una grande sensibilità verso il problema cadute/fratture.

Il progetto LICOS è un esempio peculiare nella gestione delle cronicità, per ambizione, multidisciplinarietà e strutturazione dei processi sul territorio nazionale. Secondo lei, questo modello è esportabile in altre realtà? Da dove dovrebbe partire una Regione o una ASL che volesse applicare un modello simile?

Il progetto è di sicuro esportabile. Ovviamente deve essere adattato alle esigenze delle varie realtà, ma possiamo affermare che ogni Regione può dipingere il quadro a modo suo, anche se la cornice rimane la stessa. Le risorse cambiano, cambia come è organizzata la Regione, e sono dunque necessari degli aggiustamenti. A mio parere, l’applicazione ad altre realtà deve partire però, prima di tutto, da una volontà politica, che deve incontrarsi anche con la volontà degli specialisti coinvolti che, a seconda dei casi, possono essere reumatologi ma anche geriatri, endocrinologi o internisti, insieme ovviamente agli ortopedici. Una delle caratteristiche del progetto LICOS è proprio il lavoro multidisciplinare in team, che consente di condividere differenti punti di vista per giungere ad un risultato migliore, frutto dell’interazione dei professionisti di diverse discipline.

Quali sono stati i risultati principali e i benefici riscontrati nei pazienti e a livello di sistema?

Per il momento abbiamo a disposizione dati preliminari sui risultati dei primi 22 mesi del progetto, che ci consentono di effettuare alcune stime molto positive. Il primo dato riguarda l’aumento della percentuale di pazienti che sono stati presi in carico attivamente: da gennaio 2018 siamo passati da circa il 20% dei pazienti (dato storico) ad un valore medio di circa il 65%. Un risultato notevole, anche considerando che l’adesione dei pazienti al progetto è volontaria e non tutti accettano, magari per motivi logistici di distanza o perché già seguiti da altri specialisti.

Inoltre, sul piano degli eventi, una stima iniziale ci ha permesso di calcolare una riduzione delle rifratture di femore di circa il 40% che, per le nostre realtà, è un dato più che soddisfacente. Per dare un’idea indicativa dei possibili risparmi, nei primi 6 mesi del progetto (da gennaio a luglio 2018) i risparmi generati grazie alla riduzione delle rifratture di femore sono stati pari allo stipendio annuale di uno specialista come me.

Un momento clou sarà gennaio 2020, quando il progetto LICOS compirà 2 anni e saranno disponibili maggiori risultati sul follow-up dei pazienti monitorati nel tempo. Possiamo dire che questo è solo un assaggio… Per il piatto forte dovremo attendere i primi mesi del prossimo anno!

Ma una grande vittoria l’abbiamo già ottenuta, e mi piace sottolinearla perché è molto importante, anche a livello di sistema Paese: siamo riusciti a mettere insieme l’anima politica, l’anima sanitaria e l’anima dei pazienti dando vita ad un progetto “corale” che ha visto una vera comunione di intenti, tralasciando ogni tipo di personalismo e conflittualità. In questo caso, la politica ha recepito la richiesta di un bisogno da parte dei pazienti e con il suo supporto ha consentito di raggiungere il risultato.

Intervista a Walter Locatelli

Commissario Straordinario ALISA, Regione Liguria

Quali motivazioni hanno condotto la Regione Liguria a supportare il progetto LICOS?

Il progetto LICOS è stato ideato e implementato allo scopo di ridurre l’incidenza e le conseguenze cliniche delle fratture da fragilità nella Regione Liguria che, per le sue caratteristiche demografiche, è caratterizzata da una popolazione particolarmente a rischio di frattura in relazione all’età media della popolazione e al numero di ultra-ottantenni. Pertanto il progetto LICOS nasce per dare una risposta ad un bisogno socio-sanitario ben preciso della Regione, ovvero ridurre l’incidenza di fratture e interrompere questa epidemia “fratturativa” regionale (solo per la frattura di femore si contano 4.000 eventi all’anno), che in realtà rispecchia il trend nazionale ed internazionale.

Walter LocatelliL’implementazione di questo tipo di soluzioni organizzative e di processo può supportare le Regioni a sostenere la sfida della cronicità garantendo un miglioramento degli outcome di salute per i propri cittadini e un’allocazione più appropriata ed efficiente delle risorse. Quali difficoltà avete incontrato nell’avviare e realizzare questo progetto?

Il progetto LICOS rappresenta un modello organizzativo ideale di integrazione di competenze multi-disciplinari tra ospedale e territorio per sostenere la sfida alla cronicità. Il Progetto LICOS infatti si basa su un presupposto fondamentale: la frattura da fragilità non rappresenta solo l’evento che dà valore clinico all’osteoporosi, ma è un evento fortemente destabilizzante che produce disabilità, comorbilità e peggioramento della qualità della vita, facendo lievitare i costi della Sanità Pubblica e, pertanto, riducendo le risorse disponibili. Gli interventi di prevenzione primaria e secondaria delle fratture da fragilità hanno dimostrato un profilo di “costo-efficacia” favorevolissimo, producendo, con investimenti minimi di risorse, risultati assolutamente rilevanti in termini clinici e di risparmio per il SSN, nell’esperienza del progetto LICOS così come nel resto del mondo. La difficoltà maggiore è stato convincere gli operatori sanitari coinvolti nel progetto, e in parte anche i pazienti, che le fratture si possono prevenire efficacemente con piccoli interventi farmacologici, non farmacologici e organizzativi, che spesso richiedono “sforzi” economici e di risorse minimi. Un’altra grande sfida che tuttavia abbiamo vinto con grande soddisfazione è stata quella di mettere allo stesso tavolo specialisti di diverse branche della medicina a lavorare per un progetto comune.

E quali sono stati i benefici riscontrati a livello di sistema?

Il progetto LICOS ha permesso di standardizzare e “snellire” la presa in carico e il trattamento del paziente fragile con frattura da fragilità, razionalizzando le risorse disponibili. Sebbene il progetto LICOS sia stato implementato nel gennaio 2018, già così a breve distanza dal suo avvio si sono evidenziati risultati soddisfacenti sia sul piano clinico sia sul piano del risparmio per il SSN. L’impressione generale da una prima analisi dei dati è che stiamo curando appropriatamente più cittadini, spendendo meno.

Il progetto LICOS è un esempio peculiare nella gestione delle cronicità, per ambizione, multidisciplinarietà e strutturazione dei processi sul territorio nazionale. Secondo lei, questo modello è esportabile in altre realtà? Da dove dovrebbe partire una Regione o una ASL che volesse applicare un modello simile?

Il modello implementato dal progetto LICOS è sicuramente un modello adattabile alle più disparate realtà regionali. Basti pensare che all’interno del progetto LICOS partecipano strutture sanitarie (intese come aziende coinvolte e tipologia degli specialisti coinvolti) anche molto diverse tra loro. Ovviamente l’esportazione e l’implementazione in un’altra Realtà regionale richiederebbe in primis un audit e una attenta valutazione delle risorse e dei bisogni (primo step), e successivamente una definizione del progetto quale adattamento di un modello generale alle necessità specifiche e peculiari del territorio. Tutto ciò richiede una stretta collaborazione inter-disciplinare e una forte vivacità manageriale. Anzi, il ruolo del manager diventa essenziale soprattutto nella fase iniziale di implementazione.

A suo parere, dati i risultati del progetto LICOS, pensa che si potrebbe proporre un intervento di prevenzione su scala nazionale o l’inserimento di questi percorsi validati all’interno del Piano Nazionale Cronicità?

Noi crediamo di sì e anzi, è nostra convinzione che a breve, dati alla mano, sarà necessario investire per la creazione di un percorso nazionale, che veda la Liguria capofila.

Quali ulteriori azioni potrebbero esse messe in atto dalle Regioni per affrontare la sfida della cronicità alla luce dei trend demografici?

Le idee. La forza del progetto LICOS sta nell’idea e non nelle risorse. Dobbiamo ripartire dalle idee. Non abbiamo alternativa, il trend demografico ci pone di fronte all’inevitabile necessità di trovare nuovi modelli e nuove strategie per sostenere il SSN e i bisogni dei cittadini.