Salute dei professionisti della sanità e benessere organizzativo al tempo del Covid-19

Farmacisti ospedalieri, infermieri e medici di medicina generale sono tra le categorie di professionisti sanitari più esposte alla pandemia, un momento di stress senza precedenti. Come hanno affrontato questo periodo? È possibile imparare qualcosa per il futuro da un’esperienza come questa? Facciamo il punto con Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche (Fnopi), Maria Ernestina Faggiano, tesoriera e membro del consiglio direttivo nazionale della Società Italiana di Farmacia Ospedaliera e dei Servizi Farmaceutici delle Aziende Sanitarie (Sifo) e Domenico Crisarà, vicesegretario nazionale della Federazione Italiana Medici di Medicina Generale (Fimmg).

Infermieri, i più colpiti dal contagio

Barbara Mangiacavalli“Dal punto di vista fisico, abbiamo registrato 88 decessi (al 12 maggio 2021) e oltre 109 mila contagi, il numero più alto tra tutti gli operatori sanitari. A questi dati, già di per sé allarmanti, si aggiunge un profondo stato di stress dovuto a turni massacranti e a condizioni di lavoro del tutto nuove proprio per la novità della pandemia – afferma Barbara Mangiacavalli, presidente Fnopi -. I professionisti hanno dovuto affrontare l’eccezionalità dell’evento con gli schemi organizzativi esistenti, spesso rivoluzionati dall’evolversi dell’emergenza, e con gli strumenti a loro disposizione. Non molti, a dire la verità, perché dopo anni di tagli alla spesa sanitaria, si è rivelata dannosa, soprattutto nella prima fase del 2020, la diminuzione costante di personale”.

I numeri dimostrano l’impatto della pandemia sul benessere psicologico degli operatori della sanità: “Secondo il Centro di Ricerca EngageMinds HUB dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, che ha condotto uno studio sul fenomeno, il 45% del campione studiato ha avvertito frequentemente nell’ultimo mese almeno un sintomo di stress psico-fisico: il 70% si è sentito più irritabile del normale, il 65% ha avuto maggiori difficoltà ad addormentarsi, poco meno del 50% ha sofferto di incubi notturni, il 45% ha avuto crisi di pianto e il 35% palpitazioni – dice Mangiacavalli -. Inoltre, un operatore su tre mostra segni di alto esaurimento emotivo, cioè la sensazione di essere emotivamente svuotato, logorato ed esausto, e uno su quattro moderati livelli di depersonalizzazione, ovvero la tendenza a essere cinico, trattare gli altri in maniera impersonale o come ‘oggetti’, sentirsi indifferente rispetto ai pazienti e ai loro familiari. Dati analoghi a quelli riscontrati in uno studio simile cinese che ha mostrato percentuali importanti di depressione (50%), ansia (44,6%), insonnia (34%) e stress psicologico (71,5%). I sintomi più severi sono stati riscontrati proprio negli operatori di prima linea, lavoratori della città epicentro della pandemia in Cina”.

Le conseguenze del malessere possono essere anche molto gravi: “Un infermiere stanco e stressato aumenta del 30% il rischio di errore, organici sottodimensionati fanno crescere del 7% il rischio di mortalità tra i pazienti assistiti e solo la forza di volontà che fin qui hanno dimostrato sul campo gli infermieri evita che tutto questo accada. Anche per questo anche l’equilibrio psicologico dei professionisti e delle famiglie va tutelato”.

Il malessere può avere conseguenze importanti anche sul SSN e sul paziente

Non è tutto: i turni infermieristici non solo una questione oraria, ma anche di impegno fisico personale. “Secondo il recente studio Cergas Bocconi, tra le principali cause di inidoneità che colpiscono circa il 15% degli infermieri, ci sono la movimentazione dei carichi (quasi il 50%), poi le posture incongrue, lo stress e il burnout, il lavoro notturno e la reperibilità (queste voci rappresentano circa il 30%). Situazioni che si fanno tanto più a rischio quanto più è avanzata l’età dell’operatore. I turni massacranti, lo stress e il burnout si traducono anche in aumento di peso, malattie dell’apparato gastroenterico, effetti sulla sfera psicoaffettiva e disturbi cardiovascolari, con un aumento del 40% del rischio di malattie coronariche. Ma i danni più subdoli sono quelli ai pazienti che del Servizio sanitario hanno fiducia: la ridotta vigilanza può portare a errori clinici che possono compromettere il benessere del paziente. In uno studio relativo alle ore di lavoro degli infermieri per la sicurezza del paziente pre-Covid, i rischi di errori e gli errori sono aumentati quando gli infermieri hanno svolto turni straordinari oltre le 12 ore, incrementando di tre volte il rischio di cadere in errore e più del doppio il rischio di incorrere in un quasi-errore. Ma di tutto questo non si mai davvero tenuto il dovuto conto”.

La Fnopi sta lavorando per sostenere gli infermieri in questa fase. Dal punto di vista economico, lo fa con il fondo #NoiConGliInfermieri, ma ha anche ha sottoscritto un accordo con il Consiglio degli ordini nazionali degli psicologi (Cnop) che prevede l’accesso alle prestazioni professionali di psicologi, con tariffe calmierate, in favore sia degli iscritti all’Albo delle professioni infermieristiche che dei loro familiari o conviventi, per i problemi che possano insorgere nella fase del pre- e post- pandemia.

In prospettiva, secondo la presidente, ci sono ampi margini di miglioramento: “È necessario riconsiderare il lavoro infermieristico dandogli maggiore slancio e maggiore riconoscimento, sia dal punto di vista economico che delle specializzazioni e della specificità infermieristica appena introdotta dalla legge di Bilancio 2021 e che vorremmo rappresentasse il primo tassello della realizzazione di un’area infermieristica autonoma nella quale poter distinguere e opportunamente considerare tutte le necessità della categoria, apparse evidenti durante la pandemia, ma da sempre presenti nel mondo del lavoro sanitario. Abbiamo scritto alle istituzioni proponendo otto punti da ‘aggredire’ per dare il via alle prime soluzioni alla questione infermieristica che come conseguenza ha un modo di lavorare che porta a quanto descritto finora. Tra le richieste, c’è proprio quella di un’area contrattuale infermieristica che riconosca peculiarità, competenza e indispensabilità ormai evidenti di una categoria che rappresenta oltre il 41% delle forze del Servizio Sanitario Nazionale e oltre il 61% degli organici delle professioni sanitarie”.

Farmacisti ospedalieri: nella pandemia il riscatto della professione

Maria Faggiano“Al pari degli altri professionisti della sanità, il farmacista ospedaliero si è trovato logisticamente impreparato, con un carico di responsabilità organizzative e specifiche della professione farmaceutica e senza dotazioni organiche adeguate e, pertanto, come è stato pubblicato sul Giornale di Farmacia clinica nell’articolo Farmacisti del Servizio Sanitario Nazionale e COVID-19: le storie raccontano la professione ed il professionista, ha avuto un momento iniziale di grande difficoltà con prevalenza di sentimenti legati alla paura e all’ansia – dice Maria Ernestina Faggiano, tesoriera e membro del consiglio direttivo nazionale della Società Italiana di Farmacia Ospedaliera e dei Servizi Farmaceutici delle Aziende Sanitarie (Sifo) -. Non sempre è stato semplice mantenere calma e lucidità, caratteristiche di una professione, che per vocazione è ‘al servizio’, oltre che dei pazienti, dell’intera comunità lavorativa ospedaliera. La situazione è stata complessa perché se da una parte, nei reparti si avevano i pazienti, che almeno nella prima ondata pandemica, non si sapeva bene come curare, dalla nostra parte c’era il grosso peso di non poter dispensare, approvvigionare in modo appropriato, specialmente nelle quantità, e in sicurezza quanto occorreva per lenire la tragedia che stava avvenendo. Il farmacista del Servizio Sanitario Nazionale ha superato una grande prova, quindi, che ho ancora negli occhi: il grigiore di un inverno in cui si dovevano prendere decisioni nel preferire un tipo di organizzazione anziché un’altra per meglio tracciare percorsi di qualità in team multidisciplinari, dimenticando l’insoddisfazione nello scarso riconoscimento del proprio ruolo professionale da parte dei decisori politici”.

Nel tempo, però, secondo Faggiano, l’elaborazione delle sensazioni negative ha lasciato spazio alla consapevolezza di una professione che poteva fare la differenza nel panorama pandemico grazie alle molteplici attività che hanno spaziato dalla galenica, alla logistica e alla sperimentazione clinica: “Come evidenziato nell’articolo sopra citato, la maggioranza dei farmacisti ospedalieri ha trovato nella pandemia il riscatto della professione, sia pur con il dispiacere di non essere gratificati e ripagati adeguatamente. Ci siamo sentiti in guerra anche noi; le metafore sono quelle militaresche e di cameratismo, cosa che mi fa ben pensare sulle conseguenze che la situazione di stress lavorativo avrà nelle farmacie ospedaliere: l’orgoglio ha generato il completamento e l’arricchimento di competenze nuove e specifiche”.

Dalle sensazioni negative è emersa la consapevolezza di un nuovo ruolo

La pandemia, quindi, come occasione di crescita. “Ritengo che l’organizzazione dei servizi di Farmacia Ospedaliera, incastonata in quella più ampia dei dipartimenti e delle Regioni, alla luce di quanto detto prima stia già traendo beneficio dall’accaduto: abbiamo imparato la semplificazione delle procedure, ancora di più a studiare, a fare leva sulla nostra cultura e sulla rete di noi tutti – dichiara la referente -. Un’altra indagine promossa dalla Sifo, i cui dati sono in via di elaborazione, conferma infatti la società scientifica che rappresento come importante punto di riferimento soprattutto per i giovani farmacisti e gli specializzandi di farmacia ospedaliera che, sia pure in modo disomogeneo, hanno collaborato al benessere delle nostre farmacie”.

Traguardi raggiunti, sui quali Faggiano auspica che non ci siano marce indietro in futuro: “Spero che il superamento definitivo della pandemia non ci faccia dimenticare l’esperienza di farmacista in evoluzione sia professionalmente sia personalmente. Non vorrei, cioè, che l’attenzione al benessere interiore, che traspare nelle nostre attività hard, dando senso all’attività di cura, sia una moda del momento; l’ascolto che tra colleghi ci siamo dedicati va alimentato attraverso la formazione universitaria, che dovrebbe dedicare tempo alle Medical Humanitas e alla narrazione, come metodologia per gli studi di analisi qualitativa, utili alla costruzione dell’identità professionale. Sapere chi siamo ed essere consapevoli delle nostre reali capacità, come è accaduto in questi ultimi tempi, non è un atto di presunzione, ma un dovere che noi farmacisti pubblici abbiamo nei confronti della comunità scientifica e del benessere dei pazienti. Sifo si sta impegnando in questo ormai da anni, avendo compreso che la salute mentale o, comunque, la serenità lavorativa degli operatori sanitari concorre al raggiungimento degli obiettivi di Clinical Governance. Sarebbe davvero un bel percorso di qualità quello che ogni azienda ospedaliera o ASL potrebbe intraprendere per i propri dipendenti, se ci fosse qualcuno capace di ascoltare e tradurre le voci in fatti concreti. L’ascolto non è soltanto un modo per far superare le difficoltà altrui, il burnout: è anche il modo per garantire una sanità migliore per i farmacisti ospedalieri, per i professionisti sanitari e la sanità tutta”.

 

Medici di famiglia: “Ci sentiamo abbandonati nel deserto”

Domenico CrisaràUna professione in affanno per i carichi di lavoro e la burocrazia che continua ad aumentare: è questo il quadro tracciato da Domenico Crisarà, Vicesegretario Nazionale Fimmg. “I medici di base sono stati anche bravi, alla luce di quanto accaduto. Un primo distinguo va fatto con le categorie che stanno dentro o hanno un’organizzazione, perché buona parte dei medici di famiglia ha affrontato l’emergenza da sola: un paragone ad esempio con gli infermieri, che sono a rischio burnout per i turni, comunque non regge, perché per la sua attività l’infermiere non è stato abbandonato in mezzo al deserto dove ogni tanto qualcuno dice devi andare da quello e quell’altro contemporaneamente – ricorda Crisarà -. A un carico di lavoro già importante, legato non solo alla parte clinica e assistenziale ma anche alla burocrazia, si è andata a sommare la legittima preoccupazione per se stessi e per gli altri: non dimentichiamo che l’anno scorso i medici di famiglia sono stati abbandonati dal punto di vista della prevenzione dell’infezione e che in molte realtà non solo non sono stati forniti i Dispositivi di Protezione Individuale ma non venivano loro fatti neanche i tamponi. Per altro, tutto il mondo era giustamente focalizzato sul Covid-19, ma i medici di base, l’unica struttura che non ha mai chiuso, hanno continuato ad affrontare i problemi della quotidianità, dal mal di pancia alle situazioni più gravi, mentre i cittadini evitavano di recarsi nei pronto soccorso. Inoltre si sono aggiunti ulteriori compiti burocratici, come ad esempio le certificazioni per le persone che non dovevano essere esposte potenzialmente al rischio per motivi di salute: un compito che è stato rimbalzato tra medici competenti, Servizi di Igiene e Sanità Pubblica e medici di famiglia ritrovati con ulteriori compiti certificativi. Alla luce di tutto questo, i colleghi sono arrivati a una saturazione che sta accelerando il pensionamento”.

L’unità di base di medicina generale va ripensata in un’ottica di microteam

Quanto ai numeri, Crisarà, presidente dell’Ordine dei Medici e Odontoiatri di Padova, porta l’esempio della propria zona: “Da un prospetto informale che mi sono fatto preparare in questi giorni, emerge che il 10% dei medici famiglia della zona che sarebbero rimasti anche se in presenza delle condizioni necessarie, sta prendendo in considerazione l’ipotesi del pensionamento: si tratta di 60 richieste su 600 medici. Con un’uscita del genere, mi devo preoccupare”.

Sul tavolo c’è anche la partita dei vaccini: “La mia esperienza di medicina di gruppo, con tre segretari fissi al mattino e tre al pomeriggio, è che per poter organizzare una seduta vaccinale di tre giorni, dal venerdì pomeriggio alla domenica pomeriggio, sono state necessarie 16 ore al telefono, chiamando uno per uno i pazienti. Noi abbiamo sei persone impegnate tutti i giorni allo sportello, ma chi non le ha come fa?”.

Ai medici, spiega Crisarà, la soluzione è nota da tempo: “Chiediamo da anni, da molto prima della pandemia, che si crei un’unità di base di medicina generale, il microteam, in cui a ogni singolo medico corrispondano almeno un operatore sanitario e uno amministrativo. Sarebbe stato nettamente preferibile qualche investimento sulla possibilità per i medici di famiglia, soprattutto singoli, di acquisire personale, anziché inventare figure nuove come gli infermieri di comunità. L’obiettivo non è di guadagnarci ma di poter pagare il personale: quanto il medico di famiglia spende, tanto gli viene rimborsato”.