Transizione digitale in sanità: che cosa significa nella pratica?


La transizione digitale è qualcosa che compare quasi quotidianamente nelle conversazioni sulla sanità. Il Governo ha individuato quattro pilastri da costruire nel 2022, che saranno la base della trasformazione in atto: creare un’infrastruttura dei dati sanitari, realizzare una piattaforma nazionale di telemedicina, sviluppare servizi di telemedicina e infine lavorare sulle competenze digitali.

Ma che cosa significa tutto questo, concretamente? Quali azioni sono necessarie per Ignazio Del Camporealizzare questi obiettivi? Lo abbiamo chiesto a Ignazio Del Campo, che da un anno e mezzo oltre a essere responsabile del controllo di gestione e dei flussi informativi aziendali dell’Azienda ospedaliera universitaria Policlinico “G. Rodolico – San Marco” di Catania è anche responsabile della transizione digitale della stessa azienda. Del Campo è anche membro dell’Aisdet, l’Associazione italiana sanità digitale e telemedicina.

“Avendo una precedente esperienza nell’ambito della digitalizzazione dei processi e delle principali direttrici di evoluzione dell’attività amministrativa con contenuto digitale, da circa 18 mesi mi è stato affidato questo nuovo onere, che per quanto riguarda la nostra azienda, viaggia su tre direttrici principali”, spiega l’esperto.

I 4 pilastri individuati dal Governo vertono su infrastruttura dei dati sanitari, piattaforma nazionale di telemedicina, sviluppo dei servizi e competenze digitali

La prima riguarda la digitalizzazione della documentazione clinica: “Da noi non c’era ancora la cartella clinica informatizzata e quindi stiamo procedendo verso la graduale copertura di tutti i reparti di diagnosi e cura – ripercorre Del Campo – L’intento è di arrivare in breve tempo alla totale dematerializzazione della documentazione clinica per poi poter riversare queste informazioni sul fascicolo sanitario elettronico. In questo modo, l’utente potrà portare con sé la propria storia clinica”. Al momento, la copertura digitale interessa circa il 40% dei posti letto.

La seconda strada che l’azienda siciliana sta percorrendo riguarda la dematerializzazione dei referti: “Stiamo lavorando a un sistema informatico che permetta all’utente di scaricarli gratuitamente e in autonomia dal nostro sito o tramite App – spiega Del Campo – In questo momento stiamo completando l’architettura che ci permetterà di riversare automaticamente anche queste informazioni sul fascicolo sanitario elettronico. L’intenzione è sviluppare un’applicazione che possa essere utilizzata nell’intera Regione”.

Resistenze culturali, cattiva gestione delle risorse, infrastrutture carenti sono le principali difficoltà di qualunque processo di digitalizzazione

Infine, l’approccio multicanale, anche questo sviluppato a livello regionale: “Abbiamo costruito una piattaforma che permette di prenotare in autonomia le varie prestazioni – spiega l’esperto – Inizialmente c’erano soltanto dei link di prenotazione delle diverse aziende sanitarie. In un secondo momento abbiamo aggiunto l’autenticazione tramite Spid: accedendo con le proprie credenziali e avendo un numero di ricerca elettronica, diventa così molto semplice effettuare la prenotazione”. In questo momento i tecnici sono al lavoro per aumentare il numero di prestazioni prenotabili in questo modo: al momento dell’intervista, le agende prenotabili erano quasi 350 su 640. “A questo proposito stiamo facendo anche una campagna di sensibilizzazione dei servizi – afferma Del campo –: in pandemia la possibilità di prenotare in questo modo è vantaggiosa non solo per l’utente, ma per il sistema stesso poiché permette una gestione ordinata di tutti i processi di erogazione”.

Accanto alle tre direttrici principali, l’azienda sanitaria ne sta portando avanti anche una quarta, che non riguarda gli aspetti clinici ma quelli amministrativi: “L’intenzione è cambiare il flusso di lavoro, rivedendo l’intero processo amministrativo in modalità paperless”. Per farlo, verrà riutilizzato un software che l’azienda già possiede, in modo da ridurre i costi. “Siamo in una fase iniziale, adesso dobbiamo occuparci del processo di configurazione dell’ambiente e della customizzazione rispetto ai desiderata delle varie strutture”.

Quali difficoltà

Resistenze culturali, cattiva gestione delle risorse, infrastrutture carenti: sono queste le principali difficoltà di qualunque processo di digitalizzazione.

“Paradossalmente le resistenze maggiori stanno arrivando proprio da chi trarrà maggiore beneficio anche nel breve periodo dalla transizione digitale: il personale amministrativo – rileva Del Campo – Da molto tempo manca un investimento in risorse umane e in digitalizzazione dei processi e delle competenze. Questo si traduce in un livello di alfabetizzazione digitale molto basso”. E anche le procedure di reclutamento non sarebbero finanziate abbastanza, secondo l’esperto siciliano: “Ancora oggi ci basiamo sulle modalità previste dal Dpr 220/2001. Il nostro mondo è cambiato in due anni, figuriamoci in 20”.

Del Campo ha invece registrato una buona apertura all’innovazione da parte del personale sanitario. “Il problema, tuttavia, sono gli investimenti: non basta la buona volontà delle persone – sottolinea – Parlare di cartella clinica digitalizzata, registro operatorio informatizzato, gestione della documentazione in epoca Covid significa infatti avere almeno carrelli con pc e una rete wifi che permetta la connessione: se un medico deve aspettare mezza giornata per caricare una relazione, preferisce usare carta e penna”.

Grazie al Pnrr i fondi non dovrebbero mancare, ma serve una solida strategia di base per allocarli al meglio

Uno dei due pilastri della missione 6 del Pnrr è proprio la digitalizzazione e l’innovazione sanitaria. Il Governo ha stanziato due miliardi di euro solo per incrementare la sanità digitale. Apparentemente, quindi le risorse non dovrebbero mancare: “Tuttavia, per capire se saranno sufficienti, non basta limitarsi a guardarle in senso assoluto – mette in guardia Del Campo – ma occorre capire se la strategia alla base è solida oppure no”.

Del Campo è anche uno dei referenti regionali sul Pnrr: “Se continuiamo a immaginare processi di digitalizzazione stand-alone, senza una visione dei processi omogenea, le risorse non basteranno mai perché ciascuno dovrà andare dal punto zero a una digitalizzazione integrale”. Per questo serve una strategia a livello regionale, che stabilisca alcune linee guida principali. “Poi chiaramente queste indicazioni si devono adattare ai bilanci e ai bisogni delle singole aziende”, continua l’esperto.

Un’altra strada percorribile per usare bene le risorse è quella di gestire in modo appropriato quelle già destinate e vincolate: “Io quest’anno sono riuscito a recuperare oltre un milione di euro sui progetti di ammodernamento del Cup proprio per attività e percorsi multicanale e in questo modo ho potuto rifare una sala server, fondamentale per l’intero processo di digitalizzazione”.

Un altro rischio delle risorse Pnrr, poi, riguarda l’assenza di regia nel loro utilizzo: “È un problema reale che stiamo cercando di scongiurare – afferma l’esperto di transizione digitale – Secondo me è fondamentale esplicitare le regole del gioco, in modo da non lasciare margini interpretativi”. L’esempio più lampante riguarda la telemedicina: “In questo ambito, il primo passo è normalizzare a livello nazionale le tariffe di remunerazione. Finora infatti i diversi sistemi regionali sono andati un po’ a macchia di leopardo”. Questo compito spetta alle società scientifiche, che dovrebbero elaborare un protocollo che stabilisca cosa sia erogabile in telemedicina e che cosa no. “Muovendosi in questo modo si assicura la trasparenza dei processi e si evita che arrivi qualcuno a vendere a caro prezzo il proprio pacchetto, che magari non risponde appieno alle esigenze sanitarie. Non dobbiamo infatti dimenticare che il processo di cura deve sempre essere disegnato attorno al paziente”.

Mai come in questo momento abbiamo bisogno di “una regia forte e di una chiara definizione strategica. Non dobbiamo pensare di strafare, ma è necessario ricordarci che c’è un mondo di persone che ha bisogno di prestazioni sanitarie adesso”.

Il nodo delle infrastrutture è cruciale ma non deve essere un alibi per bloccare lo sviluppo

Per ottimizzare le cure, è necessario che i dati possano spostarsi in maniera rapida ed efficiente. Serve quindi un’infrastruttura adeguata. “La Sicilia ha alcune aree che assomigliano a buchi neri – sospira Del Campo – Questa è sicuramente una parte del problema, insieme a quella data dalla mancanza di competenze”.

Per l’esperto, una delle misure che devono essere previste nel Pnrr è proprio il completamento delle grandi dorsali regionali di trasmissione e comunicazione dei dati. In questo modo non solo si garantirà a tutti la stessa accessibilità ai servizi, ma si migliorerà l’offerta complessiva: “Nei prossimi anni avremo un’enorme necessità di spazio per trasferire velocemente e rendere disponibili in tempo reale i dati alla rete della medicina generale a quella specialistica”. E tutto questo non è possibile senza un’adeguata copertura. Da questo punto di vista, il Governo si sta muovendo: è stato recentemente pubblicato il bando per portare la connessione veloce in alcune aree del Paese, tra cui la Sicilia.

Con piglio manageriale, Del Campo mette in guardia: “Una scarsa infrastruttura non deve però diventare un alibi per bloccare lo sviluppo: dobbiamo imparare a individuare quali sono gli elementi che permettono di governare il 70-75% della variabilità e agire su quelli. In questo modo si riesce a mettere a terra un sistema che poi si ottimizza a poco a poco”. Insomma: l’importante è partire senza farsi fermare dagli ostacoli ma cercando di aggirarli, magari compiendo un giro più lungo: “Chiaramente serve una certa flessibilità perché l’ecosistema tecnologico varia di continuo e oggi siamo in grado di realizzare attività impensabili anche solo sei mesi fa”.

La risposta dei pazienti

Spesso, tra le difficoltà della digitalizzazione sanitaria, si cita la scarsa alfabetizzazione del pubblico, cioè dei pazienti. Dal punto di vista di Del Campo questo non è così rilevante: “In questi due anni di pandemia le persone hanno dovuto forzatamente cambiare abitudini e modalità per continuare a fruire delle prestazioni sanitarie – ricorda – Così, per molti di loro è diventato familiare interagire tramite App, si pensi per esempio a Immuni o a Io. Lo stesso vaccino era prenotabile via web e il green pass o il menu dematerializzato del ristorante ha permesso di familiarizzare con i Qr code”. In questo contesto, insomma, non è più così strano ricevere una notifica che avvisa della disponibilità dei referti sulla propria area riservata, per esempio. La sfida, semmai, è connettere queste informazioni in modo che siano disponibili al paziente, al medico di medicina generale, allo specialista e al Pronto soccorso.

Una parte di utenti continuerà a nutrire una certa diffidenza nei confronti degli strumenti informatici, ma si tratta di una piccola percentuale sempre presente

“Una parte di utenti continuerà a nutrire una certa diffidenza nei confronti degli strumenti informatici, ma si tratta di una piccola percentuale sempre presente. Se la pandemia ha avuto un aspetto positivo, è quello di averci fatto comprendere l’importanza del digitale nelle comunicazioni e nel trasferimento dei dati. Ora non ci resta che sfruttare questa consapevolezza”.

Oggi si parla molto di come nuovi dispositivi dotati di intelligenza artificiale e le varie App per smartphone possano contribuire a migliorare la qualità delle cure. Tra i nodi da sciogliere c’è l’appartenenza o meno di questi device all’ambito dei dispositivi medici. Del Campo non ha dubbi: “Io sono convinto che questi strumenti debbano rimanere fuori da questo perimetro. Un’App o un sistema di analisi dei dati che sfrutta l’intelligenza artificiale non deve diventare un dispositivo medico. Non deve essere l’App a rilevare il dato sanitario, ma i dispositivi di prossimità, come lo spirometro o il saturimetro. Sono questi, collegati via bluetooth, che devono essere certificati come dispositivi medici”.

I dati raccolti saranno poi trasmessi, in un formato che si accordi con quanto stabilito dal Gdpr, a un’App che li gestisce.

E per i sistemi di intelligenza artificiale le cose sono ancora più complesse: “Non credo che si possano vincolare al concetto di dispositivo medico poiché altrimenti ogni modifica del codice o delle procedure di upload dei dati andrebbe ri-certificata – ragiona Del Campo – I sistemi di intelligenza artificiale devono mettere a disposizione la loro enorme capacità computazionale, andando ad analizzare eventi che sembrerebbero non correlati e cercando di capire se esistono nessi causali o profondi elementi di connessione tra approcci diversi e percorsi di cura che normalmente, con la limitata razionalità umana, non riusciamo a cogliere”.