Perché è importante continuare a vaccinarci contro l’influenza


I dati dell’Organizzazione mondiale della sanità relativi al 2019 calcolano l’impatto mondiale dell’influenza stagionale in una forbice che va dai 290 mila ai 650 mila morti. Nel caso peggiore, questo significa 1.780 decessi al giorno, pari a quelli che avremmo da 9 incidenti aerei.

A questo si aggiungono 3-5 milioni di ospedalizzazioni gravi ogni anno.

Questi numeri sono stati ricordati durante l’evento “Vaccinazione anti influenzale: verso una nuova concezione di valore”, organizzato da Sda Bocconi con il contributo incondizionato di Sanofi.

L’influenza è spesso percepita come una malattia di lieve entità, ma in realtà rappresenta un grave problema di sanità pubblica e le cifre riportate lo ricordano.

Nell’ultima circolare per la prevenzione e il controllo dell’influenza, gli esperti del Ministero ricordano che “una buona igiene delle mani e delle secrezioni respiratorie può giocare un ruolo importante nel limitare la diffusione dell’influenza”.

Tuttavia, la forma più efficace di prevenzione è il vaccino, che, per svolgere davvero il suo compito di profilassi, dovrebbe arrivare a coprire almeno il 75% della popolazione generale e raggiungere l’obiettivo ottimale del 95% negli over65 e nelle popolazioni a rischio.

Nella stagione 2020/2021 abbiamo assistito a un calo nella circolazione dei virus influenzali, probabilmente favorita dalle restrizioni attuate a causa del Covid-19 e dalla crescita della copertura vaccinale in tutta la popolazione, in particolare in quella anziana.

Sulla stagione in corso non si hanno ancora dati sulle vaccinazioni, ma per il secondo anno consecutivo la circolazione dei virus influenzali sembra molto ridotta.

La necessità di un’Anagrafe vaccinale nazionale

“Per aumentare il numero di persone vaccinate, è indispensabile coinvolgere in modo uniforme la medicina generale – ha affermato Elisabetta Alti, direttrice del Dipartimento di Medicina generale dell’Asl Toscana centro, che nel suo intervento ha ricordato come sia proprio il medico di medicina generale il professionista che vede più spesso i propri pazienti. “È importante impostare una prevenzione vaccinale che non sia basata unicamente sull’età, ma che tenga in considerazione le altre caratteristiche delle persone, come lo stato di salute, l’eventuale condizione lavorativa e il contesto epidemiologico in cui sono inserite – ha affermato l’esperta – Rispetto al centro vaccinale, il medico di medicina generale può definire un calendario personalizzato perché conosce direttamente il paziente e le sue fragilità”.

Elisabetta Alti

Questo significa anche impostare una medicina d’iniziativa e non di attesa: “Ci sarà sempre uno zoccolo duro refrattario alla vaccinazione, ma dovremmo cercare di intercettare con più forza tutti gli altri attraverso una chiamata attiva”.

Solo in alcune Regioni, infatti, il medico di medicina generale ha il compito di informare, sensibilizzare e quindi poi vaccinare i propri assistiti.

I principali ostacoli nell’organizzazione della prevenzione vaccinale nei pazienti fragili sono stati individuati:

  • nella scarsa consapevolezza degli operatori sanitari e dei pazienti sull’importanza della vaccinazione come strumento di prevenzione del rischio di malattia;
  • nell’assente o inefficace coordinamento tra gli operatori sanitari nella comunicazione e nelle raccomandazioni inerenti i vaccini;
  • nelle modalità attuative delle campagne e delle offerte vaccinali differenziate da Regione a Regione e da località a località, con un coinvolgimento variabile della medicina generale;
  • nella frammentazione dell’offerta vaccinale con inefficienze strutturali e organizzative (per esempio nell’approvvigionamento e nelle modalità di erogazione);
  • nella mancanza di campagne vaccinali pubbliche age-related rivolte agli adulti (sani e non);
  • nella presenza non uniforme di Registri vaccinali informatizzati.

L’ultimo aspetto è particolarmente serio in un momento di proiezione verso il digitale: in Italia non esiste un’Anagrafe vaccinale nazionale (e spesso neanche regionale). Manca un portale unico che sia consultabile in tempo reale da tutti gli operatori sanitari coinvolti nella vaccinazione, medici di medicina generale compresi.

“In molti casi abbiamo un meccanismo cartaceo o digitale che prevede l’inserimento manuale da parte di un operatore dei dati – ha ricordato Alti – Questo, oltre ad allungare i tempi, moltiplica il rischio di errore”.

L’impatto dei vaccini

Proprio in questi giorni sta partendo uno studio di cost-consequence per misurare l’impatto macroeconomico dei vaccini.

“Il punto di partenza dell’analisi è che l’influenza genera un peso subdolo perché non è misurata in maniera precisa – ha affermato Patrizio Armeni, coordinatore dell’area Economics del Cergas Sda Bocconi– Basti pensare che al momento è difficile comprendere la tracciatura del fenomeno dell’influenza attraverso le schede di dimissione ospedaliera”.

Per Armeni, se vogliamo portare una nuova concezione di valore nell’ambito dell’influenza, e quindi dare delle risposte più estese e più efficaci, abbiamo un paio di grandi priorità: “La prima è approfondire la conoscenza specifica della malattia, quindi per esempio imparare a misurare meglio e in maniera più diretta le sue conseguenze – ha affermato – E poi bisognerebbe migliorare la conoscenza dell’investimento che sarebbe necessario per potenziare la risposta. Questo investimento spesso viene visto solo come un costo, dobbiamo invece misurarne il ritorno”.

Patrizio Armeni

Finora infatti l’impatto economico dell’influenza è stato studiato in maniera molto eterogenea. Il nuovo lavoro sull’impatto macroeconomico dei vaccini vuole quindi misurare “il valore inteso come beneficio aggiuntivo portato, in uno scenario in cui immaginiamo di estendere la copertura vaccinale e investire su prodotti che possano garantire una copertura maggiore. Intendiamo anche coinvolgere direttamente i pazienti, per capire qual è la loro esperienza. Tutto questo per comprendere non solo il valore portato dalla vaccinazione, ma anche quello percepito”.

A partire dall’analisi dello status quo, la si confronterà con scenari con maggiore copertura vaccinale e si proverà a vedere cosa succede cambiando i prodotti, che possono avere impatti diversi in termini di efficacia.

Proprio per quanto riguarda i prodotti a disposizione, dallo scorso anno è disponibile un nuovo vaccino quadrivalente ad alto dosaggio indicato per la prevenzione dell’influenza negli over60. “Differisce da quelli esistenti perché contiene quantità 4 volte più elevate di antigene – ha spiegato Elena Pariani, professoressa associata presso il Dipartimento di Scienze biomediche per la salute, dell’Università degli studi di Milano – Questo si traduce in una maggiore stimolazione del sistema immunitario e in una più elevata cross-protezione delle possibili differenze tra ceppi circolanti e ceppi vaccinali. La sua efficacia è stata dimostrata sia da studi clinici randomizzati, sia da lavori in real-life”.

Elena Pariani

Per la stagione influenzale 2021-2022 ci si aspettava una co-circolazione di virus influenzali e Sars-CoV2: “In realtà abbiamo visto un aumento importante soprattutto nel mese di novembre di respiratorio sinciziale, che ci ha ricordato che esistono anche altre infezioni respiratorie oltre al coronavirus, ma di fatto al momento la situazione dell’influenza è piuttosto controllata”. Chiaramente è impossibile prevedere che cosa succederà in futuro: “È probabile che con l’allentamento delle restrizioni legate al Covid e il graduale ritorno a una vita normale la prossima sia una stagione di co-circolazione di diversi patogeni”.

In questo momento gli organi deputati non si sono ancora espressi sulla prossima stagione influenzale, ma, per Pariani, “la possibilità di sottoporsi a una co-somministrazione tra vaccino influenzale e vaccino Covid potrebbe essere un’opportunità per migliorare le coperture di vaccinazione di entrambe le patologie”.

Uno studio pubblicato a gennaio 2022 ha valutato le caratteristiche in termini di immunogenicità e di sicurezza della co-somministrazione del vaccino ad alto dosaggio e del vaccino Covid arruolando pazienti over65.

“I partecipanti allo studio sono stati divisi in tre gruppi: al primo è stato somministrato il solo vaccino antinfluenzale, al secondo l’antinfluenzale più il vaccino a mRna Moderna e al terzo solo il vaccino contro il Covid – ha riassunto Pariani – I risultati dicono che i due vaccini possono essere co-somministrati perché non sono state evidenziate interferenze da un punto di vista immunologico né un aumento del rischio di reazioni avverse”.