La scienza del colore al servizio della sanità


La norma è il fai da te: un pannello o un mobiletto fluo per cercare di rendere l’ambiente più accogliente. Ma un tocco di colore non basta per umanizzare l’ospedale, come spiega il color designer Giulio Bertagna, già professore incaricato di Colore e percezione cognitiva al Politecnico di Milano, oggi nella faculty del Master “Color design & technology” di Polidesign, Consorzio del Politecnico di Milano.

Giulio BertagnaSe è vero che la tendenza è quella di una maggiore attenzione all’estetica degli ambienti ospedalieri, sintetizzata con il termine “umanizzazione” usato per definire interventi dedicati all’aspetto alberghiero e  all’accoglienza, è anche vero che si notano diversi approcci e risultati.

“Gli ospedali appaiono sempre più “colorati”, spesso grazie alle tinte vivaci delle ante dei mobili dedicati a questi ambiti e negli elementi di protezione delle pareti. In qualche caso si interviene con colori a tutta parete o affidando a un artista la realizzazione di murales – commenta l’esperto -. Insomma, sembra che si proceda un po’ a lume di naso, forse secondo competenze non specifiche, affidandosi al buon gusto, alla sensibilità e buona volontà dei singoli. Sono evidenti i tentativi dei responsabili di reparto di migliorare i flussi per evitare che il pubblico continui a chiedere informazioni al primo che gli capita a tiro, ma non migliorano certo la qualità ambientale. La copiosa presenza di messaggi e avvisi stampati in reparto, a volte scritti a mano, affissi con nastro adesivo in certi punti nevralgici, dimostrano la carenza di sistemi strutturati di segnaletica orientativa interna”.

Cosa significa umanizzare un reparto ospedaliero

“Umanizzazione è un termine dedicato specificamente all’ambito sanitario e pone l’evidenza sulla necessità che una struttura complessa, tecnologica e molto articolata, solitamente progettata secondo criteri funzionali, possa rispondere anche alla sempre maggiore richiesta di qualità ambientale e accoglienza – spiega Bertagna -. Da anni si propongono nuovi protocolli di approccio tra il personale medico, pazienti e parenti o visitatori, basati sui rapporti umani. Poi ci si è accorti che le qualità percepite dell’ambiente, dove queste relazioni si esprimono, conta molto, molto di più di quanto si pensasse, arrivando addirittura, e non a torto, a parlare di “ambiente terapeutico”, in grado di coadiuvare l’efficacia del lavoro del personale medico e paramedico e i processi emozionali positivi dei pazienti. Risulta chiaro che la prima operazione che viene in mente è quella di lavorare di estetica, investendo sulla bellezza, insomma cercando di realizzare un ospedale bello“.

A rendere un ospedale bello, sostiene il perception designer, che potremmo tradurre con percettologo, non sono però soltanto il pregevole design e i colori vivaci dei letti di degenza, dei mobiletti e armadi medicali, delle barre e rivestimenti in Pvc, degli angolari di protezione delle pareti: “Il contenitore architettonico che racchiude tutti questi elementi, per nulla domestici, è costituito da superfici murarie dove le pareti dominano e identificano la scena osservata. Nelle camere di degenza, nei corridoi, negli atri di connettività, nelle aree di attesa per diagnosi e terapie, le pareti risultano le superfici più osservate. Le pareti “comunicano” e costituiscono l’identità dell’istituzione ospedaliera. In un classico total white o verdolino o beige, appendere un quadretto di fianco al televisore e alla planimetria di emergenza ed evacuazione non è certo la soluzione ideale”.

Qual è invece l’approccio più corretto? “Le indicazioni provengono dalla psicofisica e dalla neurofisiologia, insomma da alcune branche delle neuroscienze. Sembra banale, ma ci riconducono spesso all’ambiente naturale. Le nostre capacità visive e percettive si sono perfezionate, nei nostri avi, in zone temperate e boscose. Il nostro cervello è in grado di rilevare le profondità diverse, le forme diverse, anche se simili, delle foglie, seppure mosse dal vento. Il cervello fa un lavoro pazzesco, eppure, mentre osserviamo l’albero e gli altri alberi vicini, siamo in grado di rimuginare i nostri fatti personali e dopo questa esperienza ci sentiamo meglio e più rilassati. Questo dimostra che il nostro sistema visuo-percettivo cerebrale è predisposto alla lettura accurata degli stimoli ambientali; vive di questi, ne ha bisogno.

Serve creare degli stimoli visivi che aiutino il cervello a lavorare secondo natura, inducendo positivamente la mente a navigare nell’introspezione, nella fantasia, nel sogno e nella speranza

Tornando alle pareti bianche e spoglie del nostro ospedale, non possiamo che renderci conto che stiamo imponendo a chi vi transiti o soggiorni una vera e propria deprivazione sensoriale. Ecco, forse il concetto di bellezza sta proprio qui. Riuscire a creare degli stimoli visivi che aiutino il cervello a lavorare secondo natura, inducendo positivamente la mente a navigare nell’introspezione, nella fantasia, nel sogno e nella speranza. Un quadretto con un bel panorama potrà solo molto debolmente provocare questo e non parliamo poi di quanto possa essere stimolante un estintore. Bisogna dunque creare un paesaggio, scenografie, configurazioni di forme e colori che possano sostituire, sebbene in parte, gli stimoli che può dare un ambiente naturale. Creare un paesaggio, non necessariamente in termini bucolici, ma in termini neuroscientifici”.

La sala d’attesa della Radioterapia al Nuovo Ospedale di Verduno (ASL CN2)

Dare vita a un paesaggio sulle pareti con le allogazioni cromatiche

Insieme al collega Aldo Bottoli, Bertagna ha lavorato sull’umanizzazione di diverse RSA, nuclei Alzheimer e SLA. “Il riscontro è stato molto soddisfacente. Ricordo che proprio nel progetto di un nucleo SLA, la direzione della struttura volle creare un’alternativa alla nostra realizzazione, tinteggiando una camera di degenza di un unico colore definibile come rosa intenso e sottoponendo ai degenti e ai loro parenti (parti in causa da non sottovalutare) le due soluzioni per avere un loro giudizio. Il risultato fu chiaro: la stanza monocromatica non piacque a nessuno”.

Il problema non era il rosa in sé: “Un qualsiasi colore, seppure piacevole, crea un monocromatismo con effetti di deprivazione sensoriale del tutto simili al tutto bianco. Anzi, peggio. Nel senso che un colore dominante, ovvero diffusamente applicato in una stanza, crea aberrazioni cromatiche di certo non auspicabili in ambienti di cura e assistenza. Tutti sanno che per un fenomeno comunemente chiamato post immagine o contrasto consecutivo, se si osserva per soli trenta secondi una superficie di un certo colore, spostando lo sguardo su una superficie di diverso colore o neutra (bianco, grigio), tutto appare ricoperto da una tinta complementare. Molti artisti e studiosi del colore in passato avevano rilevato questo fenomeno, senza però poterne dare spiegazione scientifica. Le neuroscienze, che spiegano tutti questi fenomeni, non esistevano ancora; ecco perché insisto che rientrino nella formazione di architetti e designer”.

A questo problema Bertagna ha risposto creando apparati visuo-percettivi che hanno chiamato allogazioni cromatiche: “Vengono realizzate da applicatori che lavorano con pittura e nastro adesivo – spiega -. Una qualsiasi partizione dovesse ammalorarsi o essere severamente compromessa, sarà facilmente e velocemente ripristinabile senza dover fare rattoppi o rifare tutta la parete per evitarli. Dunque, al di là dei valori percettivi di questi apparati, in sede manutentiva i costi saranno ben inferiori rispetto al richiedere il restauro di un intervento fatto da un artista o la ristampa e la sostituzione di una grande pellicola applicata alla parete”.

Allogazioni cromatiche nel blocco parto del Nuovo Ospedale di Verduno, in provincia di Cuneo

“Queste allogazioni percettive, per quanto possa essere complesso il loro progetto (solitamente è un concept al quale ci si attiene durante le operazioni di tracciamento e progetto applicativo estemporaneo) sono estremamente semplici e veloci da realizzare, senza togliere tempo all’operatività del reparto – dice il designer -. Questo credo sia importante, perché gli interventi migliorativi devono essere sostenibili”.

Orientarsi in un ospedale: il wayfinding design

Non è solo questione di camere: ci orientiamo nel mondo grazie al paesaggio. Ma non è da molto che si pone in evidenza la problematica dell’orientamento nelle grandi strutture pubbliche. “È una nuova disciplina: il wayfinding design, il cui ruolo è quello di creare una mappa dello spazio all’interno della mente di un utente che cerca di navigarlo – dice Bertagna -. Ovvio che sia coinvolto anche il sistema segnaletico, dove il problema maggiore non è solo quello di realizzare cartelli chiari, ma di dove collocarli affinché il sistema funzioni. Ma il wayfinding comprende tutta la percezione degli ambienti, non solo la segnaletica, e qui si torna nel mio approccio e al concetto di paesaggio. Lo spiego.

A molti sarà capitato di tornare a percorrere un sentiero di montagna e a riconoscere senza fatica i luoghi attraversati magari anni prima. A prescindere dai cambiamenti significativi indotti dalle diverse stagioni, è probabile che molti alberi siano cresciuti, che alcuni siano stati tagliati, che il sentiero sia stato deviato in qualche punto a causa di una frana e che qualche nuovo cespuglio impedisca qualche visuale; eppure vi sarete orientati bene lo stesso e senza l’ausilio di alcun cartello. Tutto il percorso, in tutta la sequenza delle diverse visuali, sarà riconosciuto, familiare”.

Atrio di un ospedale / connettività con allogazioni cromatiche

Le pur complesse configurazioni naturali, nelle loro infinite diversità e similitudini riescono a fornirci una mappa mentale con la quale orientarci nel territorio. “Il nostro cervello è capace di imparare velocemente un paesaggio, mentre si trova spaesato di fronte a troppi cartelli (spesso collocati nei punti sbagliati) o alla loro scarsa frequenza (reminder), spesso bassa, per cui manca la conferma che ci troviamo sul percorso giusto e che stiamo andando nella giusta direzione”.

Come tenere conto della segnaletica? Il colore, in questo caso, è secondario? “È ormai chiaro che pitturare le pareti dei vari ambienti ospedalieri con diversi colori a tutta parete, rischia di essere controproducente, soprattutto dove ci si ferma per un po’ di tempo. Ugualmente risulta evidente che, per quanto si raggiunga l’obiettivo di rendere più accogliente un ospedale utilizzando i colori, nel momento in cui ci si trovi a rapportarsi con indicazioni mancanti o poste nelle posizioni sbagliate, si generi uno stato d’ansia che induce a percepire l’ospedale come una struttura labirintica nella quale anche il paziente rischi di essere dimenticato o confuso con un altro.

Il colore, da solo, non può essere significativo o porgere indicazioni. Deve sempre far parte di un sistema strutturato del paesaggio ospedaliero e integrarsi con l’interfaccia della struttura, quindi anche con il sistema segnaletico”.

Spesso è proprio la segnaletica a causare disorientamento in un ospedale

Spesso è proprio la segnaletica a causare disorientamento in un ospedale. “I cartelli e le indicazioni hanno grafiche diverse, colori scelti di pancia, sintesi lessicali spesso difficili da interpretare, diversi destinatari, distribuzione disorganica e spesso collocazioni sbagliate – sottolinea il percettologo -. Si tratta di un aspetto fondamentale dell’interfaccia ospedale-utente (dove utente è anche il personale interno) che viene quasi sempre sottovalutato, generando un clima ambientale che darà un senso di disorganizzazione, approssimazione, indifferenza e negligenza. Il ché non potrà che nuocere all’immagine della struttura oltre a creare viscosità indesiderabili nei flussi, ritardi, minore efficacia della logistica e delle attività del personale e una buona dose di ansia per tutti”.

Come risolvere questi problemi? “L’ospedale, visto dall’ottica della psicologia, è un grande contenitore architettonico di criticità umane che già, senza l’ausilio di cartelli e avvisi, impone di per sé comportamenti come nessun altro luogo pubblico.

Al suo interno si muovono persone investite da diverse identità di ruolo; una comunità racchiusa che, dal medico al paziente, affronta quotidianamente la sfida per raggiungere il traguardo della guarigione. Fare in modo che la sua apparenza coadiuvi queste interazioni, invoca specifiche attenzioni e progetti riferiti all’ergonomia delle emozioni. Il fatto che, per ora, queste attenzioni vengano definite come umanizzazione, è la dimostrazione di una carenza cronica che ora si cerca finalmente di colmare. Occorre dunque la formazione di adeguate competenze ponte che sappiano non solo interpretare, ma soprattutto coniugare gli aspetti psicologici, fisiologici, sociologici e architettonici che questa disciplina richiede. Un accorato invito alle facoltà di architettura e design”.