Focus sul cambiamento in sanità al congresso Sihta: e se passasse dal 5G?

#HTA è cambiamento è il titolo scelto per il XIV congresso nazionale della Società italiana di health technology assessment (Sihta), in questa edizione completamente online. “C’è più che mai bisogno di cambiamento. Il nostro sistema sanitario deve essere rinnovato con mirate iniezioni di nuovi modelli di cura, innovazione tecnologica, crescita professionale – afferma Giandomenico Nollo, coordinatore scientifico del congresso, professore di Bioingegneria, Laboratori Biotech del Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università di Trento -. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) e la nuova programmazione sanitaria sembrano poter fornire le risorse economiche necessarie. Ma, per trasformare la spesa in investimento serve analisi dei bisogni, valutazioni comparate, definizione di obiettivi di salute chiari e circoscritti, monitoraggio del processo e metriche appropriate, in sintesi serve Health Technology Assessment (Hta)”.

Tra le sessioni, una ha un titolo che salta all’occhio: “Il 5G ci farà bene?”. Il panel è dedicato all’insieme di tecnologie di ultima generazione di telefonia mobile e cellulare, ma soprattutto al confronto su quali sviluppi potrà avere il digitale in ambito sanitario e su come le nuove opportunità potranno essere meglio sfruttate con le risorse disponibili grazie al Pnrr. Ne abbiamo discusso con Nollo, che è anche moderatore dell’incontro.
Giandomenico Nollo

Perché dedicare al 5G un momento di riflessione nel vostro convegno?

“È un po’ una provocazione, che parte dal presupposto che il 5G aumenterà la capacità di connessione e scambio di dati. D’altro canto il discorso è diventato anche un tema da meme sui social perché è montata la fake news secondo cui il 5G sarebbe stato introdotto dai vaccini come chip, trasformandoci tutti in antenne per il futuro. Ma c’è, in parte, del vero: ognuno di noi sta diventando un produttore di dati, un elemento di una rete che a sua volta è produttrice di salute. Questo vale almeno nel paradigma generale parlando di connected care“.

Quale apporto arriverà in ambito di salute dalle nuove tecnologie e reti? E quali saranno i principali ostacoli da superare?

“Nella connettività riversiamo molte speranze. Negli ultimi mesi si è discusso di frequente di telemedicina, materia di cui mi occupo dalla fine degli anni Ottanta, in modo a volte anche frustrante, ma è normale perché in ricerca e innovazione si deve partire molto prima che gli argomenti diventino di dominio comune: altrimenti si insegue lo sviluppo tecnologico, anziché fare innovazione. Il Covid ci ha fatto fare un passo avanti importante, trasformando la telemedicina da speranza in oggetto fruibile, anche se male in certi casi, ma in generale il distanziamento sociale imposto ha comunque messo in evidenza risorse e opportunità che prima ritenevamo inutili.

Nella connettività riponiamo molte speranze

La partita oggi è capitalizzare questo passaggio e riportarlo a elementi di sistema: ecco le criticità. Parlando di strumenti per la salute, non bisogna confonderli, anche se magari tecnologicamente affini, con i social network, con una telefonata, con il mondo ludico o con l’organizzazione del doposcuola di nostro figlio grazie allo smartphone: sono elementi diversi e come tali devono essere tenuti. Servono standard di qualità e garanzie diversi nel passaggio da elementi prototipali o pioneristici a strumenti di salute veri e propri”.

Il Pnrr può essere da questo punto di vista un vero punto di svolta?

“Potremmo dire tertium non datur: abbiamo questa sola opportunità e dobbiamo giocarcela. Non credo e, lo ammetto, spero, che non ci siano molte altre occasioni di questo tipo: sono quelle possibilità di rilancio che arrivano dopo una guerra e per numero di morti e impatto su numerosi fronti la pandemia è stata paragonabile a un confitto. Dopo grandi catastrofi del genere c’è una fase di ripresa: è fisiologico.

Quando cadi e ti rialzi diventi più forte: vale anche per i sistemi sanitari

Quando sei caduto e ti devi rialzare, nel farlo diventi più forte: un processo che conosciamo dal punto di vista educativo e dell’allenamento sportivo, ma vale anche per i sistemi sanitari”.

Come concretizzarlo?

“Adesso possiamo avere a disposizione ingenti risorse, qualcosa di cui non si parlava da decenni: ripetevamo di avere risorse contratte o insufficienti. Ora possiamo dire che ci sono capitali ingenti e abbiamo anche gli indirizzi, elemento non irrilevante: ci sono sia le risorse che una traiettoria da seguire. Ciò di cui lamentiamo la mancanza, o di cui sottolineiamo l’importanza, è una metrica: una misura degli obiettivi concreti. Uno degli obiettivi del convegno della nostra società è proprio di portare l’attenzione sul bisogno di misurare gli obiettivi realizzati. Per farlo bisogna lavorare in termini di programmazione e di progettazione, identificando bene gli indicatori con cui vogliamo valutare i risultati: in pratica si tratta di avere a disposizione strumenti di misura delle azioni e della tecnologia che stiamo mettendo in campo e questo è Hta”.