Lo smaltimento dei rifiuti sanitari al tempo della pandemia

L’emergenza epidemiologica da Covid-19 ha comportato, nel settore dei rifiuti, numerose criticità legate alla garanzia della tutela della salute pubblica e dell’ambiente, alla sicurezza per i lavoratori del settore nell’assicurare il mantenimento del servizio di raccolta e gestione dei rifiuti. Come ha retto il sistema? Cosa è cambiato e cosa succederà dopo? Facciamo il punto con Valeria Frittelloni, responsabile del Centro Nazionale dei rifiuti e dell’economia circolare dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra), analizzando la normativa, gli scenari e i margini di miglioramento ipotizzabili nel settore.

Lo smaltimento dei rifiuti sanitari in base alla normativa vigente

La gestione dei rifiuti sanitari è dettata dal DPR 254/2003. “Questi sono definiti come i rifiuti che derivano da strutture pubbliche e private che svolgono attività medica e veterinaria di prevenzione, di diagnosi, di cura, di riabilitazione e di ricerca – spiega Frittelloni -. I rifiuti sanitari si distinguono in non pericolosi (tra i quali anche quelli assimilati agli urbani), pericolosi non a rischio infettivo e pericolosi a rischio infettivo, cioè quei rifiuti che provengono da ambienti di isolamento infettivo nei quali sussiste un rischio di trasmissione biologica aerea, nonché da ambienti ove soggiornano pazienti in isolamento infettivo affetti da patologie causate da agenti biologici. Questo Regolamento disciplina, inoltre, i rifiuti da esumazioni e da estumulazioni, nonché i rifiuti derivanti da altre attività cimiteriali, esclusi i rifiuti vegetali provenienti da aree cimiteriali e i rifiuti speciali prodotti al di fuori delle strutture sanitarie, che come rischio risultano analoghi ai rifiuti pericolosi a rischio infettivo, con l’esclusione degli assorbenti igienici”.

I rifiuti sanitari sono classificati in base a pericolosità e infettività

Il Regolamento individua percorsi gestionali diversi a seconda delle caratteristiche che presentano i rifiuti. In particolare, sono assimilati ex lege ai rifiuti urbani quelli derivanti dalla preparazione dei pasti provenienti dalle cucine delle strutture sanitarie, i rifiuti originati dall’attività di ristorazione e i residui dei pasti che provengono dai reparti di degenza delle strutture sanitarie (esclusi quelli che provengono da pazienti affetti da malattie infettive), vetro, carta, cartone, plastica, metalli, imballaggi in genere, materiali ingombranti da conferire negli ordinari circuiti di raccolta differenziata, la spazzatura, gli indumenti e lenzuola monouso e quelli di cui il detentore intende disfarsi, i rifiuti provenienti da attività di giardinaggio effettuata nell’ambito delle strutture sanitarie, i gessi ortopedici e le bende, gli assorbenti igienici anche contaminati da sangue esclusi quelli dei degenti infettivi, i pannolini pediatrici e i pannoloni, i contenitori e le sacche utilizzate per le urine.

Inoltre, sono assimilati agli urbani i rifiuti sanitari a solo rischio infettivo assoggettati a procedimento di sterilizzazione, che consiste nell’abbattimento della carica microbica tale da garantire uno Sterility Assurance Level (Sal) non inferiore a 10-6. Possono essere sterilizzati soltanto i rifiuti sanitari pericolosi a solo rischio infettivo. “Chiaramente, tali rifiuti entrano nel circuito di raccolta e gestione dei rifiuti urbani e vengono avviati alle successive operazioni di recupero e smaltimento in base alle caratteristiche merceologiche”, sottolinea Frittelloni. I rifiuti sanitari pericolosi a solo rischio infettivo devono essere smaltiti mediante incenerimento in impianti autorizzati al trattamento dei rifiuti urbani o di rifiuti speciali, avendo cura di caricarli direttamente nel forno, evitando la miscelazione con altre categorie di rifiuti.

La normativa prevede percorsi gestionali diversi a seconda delle caratteristiche dei rifiuti

I rifiuti pericolosi a rischio infettivo che presentano anche altre caratteristiche di pericolo possono, invece, essere smaltiti solo in impianti di incenerimento per rifiuti pericolosi, avendo cura di evitare la manipolazione diretta dei rifiuti nelle operazioni di caricamento dei rifiuti al forno.

“I rifiuti che presentano un rischio infettivo possono essere sottoposti, come già evidenziato, a un processo di sterilizzazione che ne abbatta la carica batterica con il fine di poterli avviare al trattamento per la produzione di combustibile derivato da rifiuti, il cosiddetto Cdr, oppure a impianti di incenerimento di rifiuti urbani o, ancora, a impianti di incenerimento di rifiuti speciali alle stesse condizioni economiche adottate per i rifiuti urbani – precisa la referente -. Qualora nella Regione di produzione del rifiuto non siano presenti, in numero adeguato al fabbisogno, né impianti di produzione di Cdr, né impianti che utilizzano i rifiuti sanitari sterilizzati come mezzo per produrre energia, né impianti di termodistruzione, previa autorizzazione del presidente della Regione, i rifiuti sanitari a rischio infettivo sterilizzati possono essere smaltiti in discarica per rifiuti non pericolosi al regime giuridico dei rifiuti urbani”.

Una novità in materia è intervenuta da pochi mesi: con la Legge n. 40 del 5 giugno 2020, è stata prevista, per tutta la durata dell’emergenza, che i rifiuti sottoposti al processo di sterilizzazione in situ fossero assoggettati al regime dei rifiuti urbani come frazione indifferenziata. Quando il D.L. Semplificazioni è stato è stato convertito in Legge (numero 120/2020), è stato rimosso il carattere di temporaneità del provvedimento: non è più vincolato allo stato di emergenza, ma è diventato legge dello Stato. Questo comporta per le aziende sanitarie la possibilità di conferire il rifiuto sterilizzato come frazione indifferenziata del RSU senza alcuna distinzione.

Gli effetti della pandemia sulla gestione dei rifiuti

La raccolta e la gestione dei rifiuti, ai sensi dell’art. 183 lettere n) e o) del Decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 (Codice dell’ambiente), devono essere garantite in quanto servizi pubblici essenziali: ecco il nodo del tempo di pandemia.

“In particolare, la fase più critica nel ciclo dei rifiuti è stata osservata nella gestione dei rifiuti urbani per la possibilità, laddove i rifiuti vengano in contatto con il virus, di trasformarsi in oggetto o veicolo di trasmissione dello stesso – dice Frittelloni -. Questo flusso di rifiuti prodotto nelle abitazioni civili, infatti, non è generalmente contraddistinto per la caratteristica di infettività che era, invece, legata specificatamente, fino all’avvento della pandemia, al solo flusso di rifiuti prodotto dalle strutture sanitarie. Nella seconda fase dell’emergenza, la ripresa delle attività lavorative ha reso necessario il rispetto del distanziamento sociale a tutti i livelli e l’utilizzo diffuso di mezzi di protezione individuale, quali le mascherine, il cui utilizzo ha prodotto un flusso di rifiuti per il quale è stato necessario definire le corrette modalità di gestione. Il rapporto Ispra sui rifiuti costituiti da Dpi usati, del 18 maggio 2020, fornisce un quadro della produzione e gestione di questi materiali, facendo chiarezza anche sulla classificazione degli stessi”.

La raccolta e gestione dei rifiuti sono un servizio pubblico essenziale, da garantire anche in lockdown

I dati riferiti all’anno 2020 saranno dichiarati a consuntivo attraverso la dichiarazione Mud 2021 (modello unico di dichiarazione ambientale) che sarà resa dai soggetti obbligati entro il 16 giugno prossimo venturo. Non sono, quindi, ad oggi ancora disponibili informazioni relative all’andamento della produzione di rifiuti speciali sanitari riferiti all’anno scorso. “In linea di massima, tuttavia, è possibile ritenere che si assisterà a un consistente incremento nella produzione di questo flusso di rifiuti, in considerazione del fatto che, nel corso dell’anno, i posti letto destinati ai reparti infettivi sono più che raddoppiati rispetto a quelli disponibili prima della pandemia – commenta la responsabile -. Da studi effettuati da Ispra è dimostrato, infatti, che esiste una correlazione fra la produzione dei rifiuti sanitari e il numero dei posti letto presenti nelle strutture stesse”.

I rifiuti urbani diventati infettivi

Il Rapporto dell’Istituto superiore di sanità Covid-19 n. 3/2020 aggiornato al 31 maggio 2020, recante “Indicazioni ad interim per la gestione dei rifiuti urbani in relazione alla trasmissione dell’infezione da virus Sars-Cov-2”, fornisce le linee di indirizzo per la raccolta dei rifiuti prodotti da abitazioni di pazienti positivi al Covid-19 in isolamento domiciliare. “Nel documento si raccomanda che nelle abitazioni in cui siano presenti soggetti positivi al tampone, in isolamento o in quarantena obbligatoria, sia interrotta la raccolta differenziata, e che tutti i rifiuti domestici, indipendentemente dalla loro natura (vetro, metallo, rifiuti organici, plastica), includendo fazzoletti di carta, carta in rotoli, teli monouso, ecc., siano equiparati a rifiuti indifferenziati e pertanto raccolti e conferiti insieme – dichiara Frittelloni -. Le mascherine e i guanti devono, per ulteriore precauzione, essere inseriti in una busta, prima di essere introdotti nel sacco dei rifiuti indifferenziati, come indicato nel Rapporto ISS Covid-19 n. 26/2020”.

Si raccomanda, inoltre, di:

  • chiudere adeguatamente i sacchi utilizzando guanti monouso;
  • non schiacciare e comprimere i sacchi con le mani;
  • evitare l’accesso di animali da compagnia ai locali dove sono presenti sacchetti di rifiuti;
  • far smaltire il rifiuto dalla propria abitazione con le procedure in vigore sul territorio.

 

Il Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (Snpa) ha fornito prime indicazioni di carattere generale sulla gestione dei rifiuti a seguito dell’emergenza Covid-19 nel documento approvato in Consiglio il 23 marzo scorso (Emergenza Covid-19: indicazioni Snpa sulla gestione dei rifiuti).

In epoca Covid anche dalle abitazioni civili possono arrivare rifiuti a rischio infettivo

“Oltre alle indicazioni circa la gestione dei rifiuti urbani, il documento contiene un esame delle potenziali criticità legate all’emergenza sanitaria nazionale connessa all’infezione da virus Sars-Cov-2 per il sistema di gestione dei rifiuti – afferma la referente -. Le problematiche sono prevalentemente legate ad una carenza di possibili destinazioni per specifiche tipologie di rifiuti, attualmente non gestite sul territorio nazionale per l’assenza di una specifica dotazione impiantistica e, nel caso dei rifiuti urbani, a difficoltà organizzative e logistiche, in parte dovute alla deviazione di alcuni flussi dalla raccolta differenziata a quella indifferenziata e, in parte, alle difficoltà delle aziende nella formazione del personale e nella dotazione dei necessari dispositivi di protezione individuale. Tali difficoltà sono acuite dalla necessità di dover garantire il regolare svolgimento dei servizi di pubblica utilità inerenti alla raccolta dei rifiuti e alla relativa corretta gestione”.

Il Snpa, sempre nel quadro dell’allarme Covid-19, nel marzo scorso ha anche prodotto un documento contenente indicazioni tecniche in merito agli aspetti ambientali relativi alla pulizia degli impianti esterni e all’utilizzo di disinfettanti.

Il sistema di gestione dei rifiuti nazionale ha saputo sostenere le difficoltà

“La prima fase dell’emergenza pandemica è stata caratterizzata dal ricorso da parte di alcune Regioni, chiaramente le più colpite, allo strumento delle ordinanze contingibili e urgenti per attuare, secondo le indicazioni dell’ISS, le misure necessarie a scongiurare che il servizio di raccolta dei rifiuti urbani potesse incorrere in sospensioni e fosse garantito con modalità adeguate a garantire la limitazione della dispersione del virus e la sicurezza dei lavoratori al contempo – racconta Frittelloni -. Le indicazioni fornite in Italia hanno garantito la prosecuzione del servizio e hanno costituito un modello anche a livello europeo, proprio perché l’Italia è stato il primo Paese europeo ad essere investito dalla pandemia”.

Le misure adottate in Italia hanno costituito un modello a livello europeo

La Commissione europea, nel documento “Waste management in the context of the coronavirus crisis”, di metà aprile 2020, evidenzia che secondo il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc), non ci sono evidenze che le procedure standard di gestione dei rifiuti urbani non siano sicure o insufficienti in termini di rischio di infezione da Covid-19 o che i rifiuti domestici abbiano un ruolo nella trasmissione di Sars-Cov-2 o altri virus respiratori.

“In linea generale, dopo una prima situazione di preoccupazione riferita alla prima fase di emergenza, il sistema di gestione dei rifiuti nazionale, nel suo complesso, ha saputo sostenere le difficoltà e non si sono rilevate situazioni di emergenza nel settore dei rifiuti, che avrebbero sicuramente acuito l’emergenza di natura sanitaria”.

Scenari e margini di miglioramento nella gestione

“Per il 2020 ci aspettiamo che la rilevazione evidenzi un incremento delle quantità di rifiuti prodotti dalle strutture sanitarie e in particolare dei rifiuti a cui è associata la caratteristica di pericolo infettivo; tuttavia questo incremento, seppur consistente, non ha prodotto nel corso dell’anno situazioni di criticità rispetto alla gestione di questa specifica tipologia di rifiuti – afferma l’esperta -. Con l’esaurirsi della pandemia, che sarà graduale e comporterà un lungo periodo in cui dovremo applicare le misure di prevenzione necessarie al contenimento del contagio, lentamente la produzione dei rifiuti speciali a rischio infettivo tornerà ai livelli precedenti l’emergenza”.

Auspicabile la maggiore presenza di infrastrutture adeguate in tutte le aree del Paese

Se da un lato il sistema ha retto, conclude, d’altro canto sono comunque ipotizzabili margini di miglioramento: “La pandemia ci ha mostrato che il nostro sistema di gestione dei rifiuti è sufficientemente elastico e dinamico da sostenere le diverse instabilità che si sono prodotte durante la fase emergenziale. Anche se il sistema presenta alcune carenze strutturali, quali l’assenza di specifiche tipologie di impianti soprattutto al Sud, nel suo insieme è stato comunque in grado di garantire una gestione in sicurezza sia dal punto di vista ambientale che sanitario. Un’omogenea presenza di infrastrutture in tutte le aree del Paese, che consenta una gestione dei rifiuti in coerenza con il principio di prossimità, è sicuramente un obiettivo a cui tendere in prospettiva futura. Di certo il flusso nel dettaglio dei rifiuti sanitari merita un’attenzione specifica, anche perché sono necessari impianti molto specifici con tecnologie definite. In tale ottica, il Programma nazionale sulla gestione dei rifiuti, previsto dall’art.198-bis del D.Lgs. 152/2006, rappresenta l’occasione per analizzare il fabbisogno impiantistico e garantire le soluzioni necessarie. Sarebbe, infine, utile un aggiornamento del DPR 254/2003, che presenta alcuni limiti anche in conseguenza delle modifiche normative intervenute nel panorama nazionale ed europeo a seguito dell’emanazione del “pacchetto economia circolare”.